Ne le Sicanie arene - I-Rc, Ms. 2479/4
Identificazione
Organico
Descrizione
Filigrana
Relazioni
Note
Tit. dall'incipit poetico; iniziale ornata. A c. 25r si legge "Sig. Mario Savioni". Coerentemente con il riferimento nel testo poetico al Mongibello si segnala la correttezza dell'incipit "Ne le Sicanie arene" presente in questa fonte. Nella fonte bolognese tuttavia si registra la dicitura "Sicante" da considerare come esito di un errore in fase di trascrizione: il copista ha verosimilmente confuso la "i" con la "t", generando un refuso ortografico che poi è transitato in determinati repertori bibliografici di cui è necessario tenere conto in sede di indagine archivistica.
Descrizione analitica
Trascrizione del testo poetico
Ne le sicante arene
Più del Mongibello
Ardean dui fidi amanti in dolce foco,
Ma l’amorose pene
Sfogavan sol con amorosi sguardi,
Né giunti erano ancora
A temprar le lor faci
Con gl’amplessi e co’ baci,
Rigida febbre intanto
Col suo fervido ardore
Le vene accese all’infelice amante,
Ond’egli egro e languente
Havea per doppia fiamma il petto ardente;
Quindi medica mano
Crudelmente pietosa
La destra a lui con picciol ferro aprio,
E ne trasse di sangue un caldo rio;
Ma la mesta donzella
A cui del ciel vien tolto
Di mirar, di goder l’amato volto,
Sconsolata e dolente
Con lagrime e sospiri
Le sue pene sfogava e i suoi martiri,
Alfin prese consiglio
D’inviare al suo ben vergato foglio,
In cui discoperse
In tal guisa i sensi suoi.
Chi lassa mi toglie
Di rimirar quei rai
Che tempran le mie pene, e le mie doglie;
Torna, dhe torna ormai,
O mia vita, o mia luce, o mio thesoro,
Che se non torni io moro.
[I]l chiuso foglio prende,
Messaggiera amorosa
Ch’ha di cenere il manto, il crin d’argento,
E con veloci piante giunge,
E lo porge all’infelice amante,
Egli con mille baci
Legge l’impresse note,
Poscia altro foglio
Al suo bel sole invia
Ov’in tal guisa i suoi pensieri apria.
[V]errò mia vaga Dea
Ove dolce m’inviti ove mi chiami,
Ma perché più sicuro,
Più lieto e men dubbioso io mova il passo,
All’hor verrò ch’il sonno
Spiega tacito l’ali
Sovra l’egri mortali
[C]on si lieta novella,
Riede l’antica donna alla donzella
Divora ella co’ i lumi
Ciò che scrive il suo vago,
E piange di contento e gode e dice:
O me lieta e contenta o me felice
Dimmi amor,
Entro il tuo regno hai
Del mio più lieto cor
Vanne pur pianto infelice
O me lieta e contenta o me felice
[P]rega la notte amica,
Che sparga d’ombre il cielo
Del biondo arcier di Delo
I raggi maledice
E le par ch’a suo scorno
Tardo nel ocean faccia ritorno;
Alfin sorge la notte
Mov’i passi l’amante,
Giunge del caro albergo entro le soglie,
E nelle braccia il suo bel sole accoglie,
Qual edra il tronco abbraccia,
Qual pecchia sugge il fiore,
Tal ella il fior delle sue labra sugge,
Tal ei forte l’abbraccia e si distrugge,
Con mille liete voci
Ella il suo foco esprime
Ei con mille sospiri
In rotto suon risponde
Ma le parole e i baci amor confonde
Fatto il giovane audace
Per giunger lieto alle dolcezze estreme
La vergine amorosa incalza e preme
Nell’avvingo amoroso
Delle morbide piume alfin la spinge
La torna a lei discioglie,
E gl’estremi d’amor frutti raccoglie.
Ohimè: ma mentre ei strinse
Avido il suo tesoro,
E mentre scioglie alle dolcezze il freno
La fascia si discioglie,
Che la destra ferita a lui vi stringe,
In un baleno il sangue
Piove dal braccio al suolo
Il vigore in lui langue,
D’atro pallor si tinge,
Stilla freddo sudor l’humida fronte
Fioco e stanco ogn’accento in lui risuona,
E con voce tremante al fin raggiona.
Qual sento ohimè qual sento
Debole affanno e languido tormento,
Io moro ahi lassa io moro ecco ch’io mo…
[I]ntera non espresse
L’ultima voce e gelido e tremante
Versando un largo rio di sangue
Impallidì, svenne, e morio.
Al gran caso improvviso
Freddo sasso riman l’egra donzella,
Non tace e non favella
Ma con voci interrotte
Esprime i suoi lamenti in suon confuso
Al fin nel caro estinto
Mesta le luci affisse,
Trasse dal cor le voci e così disse:
Io vivo ancora
E la mia dolce vita estinta giace?
Chi mi soccorre ahi lassa,
Chi per pietà m’uccide
Chi mi trafigge il core,
Uccidimi o dolore
O del mio sole estinto
Belle luci amorose
Qual ombra ohimè la nostra luce eclissa
O gigli o vive rose,
Che nelle guancie amate
Spirasti aure odorate
Com’in viole ohimè siete cangiate
O bellezze ch’un tempo
Fuste fiamme de cori,
Come consente il cielo
Che v’opprima di morte il freddo gielo,
Chi per pietà m’uccide,
Chi mi trafigge il core,
Uccidimi o dolore
Tu del mio caro amante,
Ombra che forse i miei lamenti intendi,
Questi sospiri accogli,
Queste lagrime amare,
Quest’interrotti accenti,
Nuntij de miei tormenti,
Gradisci questi baci,
Quest’amplessi infelici
D’amorosa pietade estremi uffici,
Che non m’è dato in sorte
Con essequie più belle
Onorare il mio duolo e la tua morte,
Chi per pietà m’uccide
Chi mi trafigge il core,
Uccidimi o dolore.
Dunque una notte sola,
E mi vidde felice,
E mi vede infelice,
mi porge un’hora sola ogni mio bene,
Et ogni ben m’invola,
In un sol punto ohimè lieta, e dogliosa
M’ha fatta empio destin vedova e sposa
Chi per pietà m’uccide,
Chi mi trafigge il core
Uccidimi o dolore.
[I]vi vinta ella dal duolo,
Gelida cadde e semiviva al suolo
Non lungi era l’ancella,
Che degl’amanti fu nuntia pietosa,
Pallida e lagrimosa,
Ma con anima forte
Sovra gl’omeri suoi
Prende l’incarco dell’estinto garzone,
E d’un tempio vicino
Su la soglia il depone,
Poi con veloce piede
La sconsolata a consolar sen riede
Sorge intanto dal Gange
La rugiadosa aurora,
E mille luci, e mille
Dell’estinto gentil corron repente
A mirar lo spettacolo dolente
Alma non è si fiera o cor tant’empio,
Che non giunga nel tempio
A pregargli dal ciel l’ultima pace,
Et ecco ancor vi giunge
La giovane infelice e quel baccante
S’apre la chiusa via verso il feretro,
Ove giacea l’amante
Pietosamente in lui
Fissa colmi di pianti i lumi sui
Squarcia poscia il bel crine
Batte le palme e il seno
Percote il petto e il volto
Lacera con furore spoglie e il manto,
E versa un fonte, un fiume, un mar di pianto
Ma pur mentr’ella geme
Sfoga il suo duolo in queste voci estreme
Per me moristi,
Et ecco pur ch’anch’io
Per egual sorte
Per te giungo alla morte
Così dicendo
Con velenato ferro
Ch’ascoso ella tenea
Trasse dal petto
L’ eburneo fianco aperse,
E di sange il feretro e’l suolo asperse.
Poi cadde in un baleno
Fredda et estinta al caro estinto il seno.
Occhio non fu presente
Che non s’aprisse ai pianti
E tal fu il fin degl’infelici amanti.
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