Cantata XXII.
Identificazione
Organico
Descrizione
Filigrana
Relazioni
Note
Descrizione analitica
Trascrizione del testo poetico
Qual per ignoto calle
Move dubbioso pellegrino il passo,
Desio l’incalza e reo timor l’arresta;
Nel profondo di tetra, orrida valle,
Senza raggio di stella,
Caliginosa notte
Il preme e lo circonda.
Terribile tempesta
Di spessi tuoni e lampi
Lo sbigottito cor preme e flagella;
Pur vinto dal desio prende coraggio,
Timor non cura e segue il suo viaggio.
Tal misero son io,
Che nel senti[e]r d’amore,
Benché d’aspro rigore
Provi armata colei che mi vuol morto,
Pur con occulta forza
Non manca e non si smorza
In me la fiamma e spero alfin conforto.
Quel passaggier son io
Che vò cercando in te,
Mia bella, amore e fé,
E sol ritrovo, oh Dio,
Rigore e crudeltà.
E pur costante, Irene,
Bella nemica mia,
Meno orgogliosa e ria,
Spero che di mie pene
Un giorno avrai pietà.
Deh, più non regni nel tuo gentil petto
Una sì fiera voglia
Che mal conviensi a delicato viso,
Di voler la mia morte
Doppo tanti tormenti e tanta doglia.
Cangia dunque, ben mio, cangia consiglio,
Volgi sereno il ciglio
A me che t’amo d’un amor sì forte,
Che mai per tempo o variar di loco
S’estinguerà sì caro e gentil foco.
Qual doppo lampi e turbini
Appar l’aurora fulgida
A dissipar le tenebre
D’oscura notte orribile
E il pelegrino timido
Ritorna a consolar;
Così men fiero e rigido,
Se vogli [recte: volgi] a me l’amabile
Ciglio ridente e placido,
Pieno d’amor, di giubilo,
Scordato di mie lagrime,
Benedirò il penar.
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Tipologia
Musica manoscritta
Scheda inferiore