In che già mai v'offese

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Identificazione

ID scheda
13113

Descrizione

Paese
Italia
Lingua
Italiano
Descrizione fisica
C. 80-81

Filigrana

Non rilevata

Relazioni

Trascrizione del testo poetico

In che già mai v’offese
Questo misero core
Astri de ciel d’amore;
Perché si espone
Redivivo bersaglio
Come quello di Titio all’odio vostro?
Per accennar le pene mie crudeli
Io finor consumai
Una selva di penne un mar d’inchiostro.

Il seguir vaga sembianza
Che per me tutta è fierezza
E cagion di tanti affanni
Dunque a forza di bellezza
Flagellar la mia costanza
Voi volete astri tiranni.

Quanti cigni svenati
Su l’altar di corallo
Di quel morbido labro
Scrissero già col sangue il mio periglio;
Quante volte dal ciglio
Improvviso mi cadde un rio di pianto
Che gonfio di martiri
Fino al trono di Gnido
Mormorando fu spinto
Dall’impeto fatal de miei sospiri.

Ma pianger più non voglio
Senza sperar mercè
Senza trovar pietà
Lungi da questo scoglio
La nave di mia fé
Guidi la libertà.

Error, non già costanza,
Cecità, non influsso,
Viltà, non tenerezza,
Pazzia, non già destino.
Seguire una bellezza
Che nemica si fa del dio bambino;
Anzi se un solo sguardo
Costa cento ferite
Fuggir vogl’io benché sia dolce il dardo.

Ai rai d’un occhio nero
Più non s’accenda il cor;
Né segua il mio pensiero
Un nume traditor.

Ma nel dubio cimento
Di seguir la sua traccia
Il labro la detesta il cor l’abbraccia:
2.a
Ai lacci d’un bel crine
Legarmi io più non vuò
Così dalle ruine
L’alma discioglierò.

Ma che esclamo infelice
Se a forza di dolore
Lo dice il labro e non lo afferma il core.

Collocazione

Biblioteca
V-CVbav — Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana (dalla scheda superiore)
Fondo
Vat. lat.
Segnatura
10204/62

Tipologia

Tipo documento
Testo manoscritto
Livello scheda
Scheda inferiore

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