Scheda n. 7982

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Scheda inferiore

Tipo documento

Testo per musica a stampa

Data

Data certa, 1667

Titolo

La S. Agnese drama per musica. II atto.

Presentazione

Legami a persone

autore del testo per musica: Benigni, Domenico (1596-1653)

Pubblicazione

Copia

Descrizione fisica

Parte seconda, pp. 41-60

Filigrana

Non rilevata

Note

Il libretto è trascritto anche nelle schede nn. 7628, 7502, 8083 e 8608.

Titolo uniforme

Ah, che purtroppo è vero. Forma non specificata

Bibliografia

Trascrizione del testo poetico

SCENA TERZA
Teodoro, Livia, Emerentiana

Teodoro: Ah, che purtroppo è vero,
Che presaga la mente,
Ch’indovino il pensiero
Mi dipinse presente
Quel dolor, quel martiro,
Che già se ’n passa a lacerarmi il seno.
Dove sono? che miro?
Lasso! Sciogliete il freno
Occhi miei dolorosi:
Sciogliete il freno a le querele, ai pianti;
Non sia più, che si vanti
Di veder nel mio seno ombra di pace.
Ho perduto il mio bene,
La mia luce, il cor mio.
Il mio sol, la mia spene,
Ho perduto la vita,
La mia gioia è sparita.

Livia: Figlia, chi mi t’asconde?
Figlia chi mi t’invola?
E dove, e dove sei
Luce degli occhi miei,
Luce di questo cor, chi più risponde
A la tua genitrice?
Madre afflitta, infelice!
Più non vedrò de la mia cara Agnese
Quel sembiante sereno,
Quel bel volto, quei rai,
Ch’io sovente chiamai
Delitia del mio seno unica e sola!
Chi mi t’asconde, ohimé chi mi t’invola?
Su su genti spietate,
Crudelissime squadre
D’aspro furore armate
A danni miei venite,
Uccidete, ferite
Con l’amata sua figlia anche la madre.
Venite pur, venite,
Trafiggetimi il seno:
Non vi domando aita;
Laceratemi il core:
Con la figlia infelice
Mora la genitrice.

Teodoro: Dove, dove consorte
Porti dolente in piè, movi le piante?
Misera il passo arresta.

Livia: Ohimé figlia, aita, aita:
Mio diletto, mio tesoro,
Io già manco, io già mi moro;
Dal mio cor l’alma è fuggita:
Ohimé figlia aita, aita.
Qual di duolo acerba scena
Rio Destin, Fortuna vara
A quest’occhi miei prepara
Di martir, d’affanni piena?
Sarà mia quella catena
Ch’il tuo fianco legherà:
Quello stral m’ucciderà
Che fa guerra a la tua vita:
Ohimé figlia aita, aita.

Teodoro: Fia spettacolo atroce
Al sen d’Agnese, è vero?
Ma se ben dritto miri,
In tormento sì fiero,
Saran degni d’invidia i suoi martiri.
Fra periglio sì rio
Con destra onnipotente
Darà forza al suo core il nostro Dio,
No, no, non ti dolere.

Livia: Facciasi il suo volere.
Ma ferma, ecco lontana,
Se ’l guardo il ver mi dice,
A questa parte il piede
Rivolge Emerentiana e par che fuore
Da l’agitato petto
Mostri altrui ne l’aspetto
Sensi di meraviglia e di dolore.

Emerenziana: O di mente inumana
Barbara crudeltà!

Teodoro: Dove, dove si va?
Ferma, prego, le piante
E qual nel cor ti sieda
Cagion d’aspre querele
O repentina, o cruda,
Fa, ch’a noi si rivele:
Sia pur tua pena a desir nostri aperta:
Io non porto nel core
Agli assalti del duolo alma inesperta.

Emerenziana: Misero genitore!
Ma che misero dico?
Anzi al Cielo diletto, al Ciel gradito:
Che se cieco rigore
Di tiranno nemico
Ti rapirà dal sen l’amata prole;
Quel sembiante, quel viso
Sovra le stelle e ’l sole
Risorgerà più bello in Paradiso.

Teodoro: Deh non lasciare, amica,
Di farci omai palese
Ciò, ch’il Cielo destina
De la mia dolce Agnese.

Emerenziana: Negli abissi secreti
Di sua mente divina
Mal può sguardo mortale
Legger del suo voler gli alti decreti:
Ma de le Gratie i doni,
Che de le voglie sue tutti son messi,
Se ben dritto si mira,
Ponno farci sperar lieti successi.

Theodoro: È ver, quanto ragioni.

Emerenziana: Io mi sedea poc’anzi
Ne la gran corte assisa,
Che fa teatro a la real magione,
Dove alberga il Prefetto;
Quando turba improvisa
Scorsi venir con frettoloso aspetto
E viddi (ahi vista!) in mezo a le catene
De la turba spietata
Agnese incatenata.
Tutta lieta e contenta,
Ella il piede movea tra quelle squadre:
Ch’innocenza in un cor mai non paventa.
E sì bella e festosa,
Bench’avvinta, parea,
Ch’io dissi al mio pensiero,
Va tra quei lacci Agnese a farsi sposa.
Con lusinghiero invito
Odo poi, ch’il Prefetto a lei s’appressa
E supplice pentito,
Che sia sciolta, commanda
E Flavio il figlio suo l’offre marito.
Ma la vergin costante
Con alma non curante,
Sprezz’i vezzi, rifiuta ogni promessa:
E grida coraggiosa.
Taci, taci non più,
Taci crudele; io di GIESÙ son sposa.
Non così d’ira acceso
Rugge fiero leone,
Come il tiranno offeso
Al suon de le ripulse arse di rabbia.
Fremon d’ira le labbia;
Spira dagli occhi il foco.
Petto non fu sì forte
Che non sentisse allora
Al minacciar de l’empio orrore e morte.
O di mente inumana
Barbara crudeltà!
Forzata meretrice
Sotto vil tetto infame
Condennò l’infelice
Del volgo cieco a satiar le brame.
Corse più d’una mano
A lacerar le spoglie
Del virgineo candor manto innocente
E con guardo profano
Altri macchiar pretese
Quella beltate, ond’è sì bella Agnese.
Ma no ’l sofferse il Cielo:
Con stupor di natura
Su le candide brine
De la beltà, ch’era a se stessa ascosa,
Crebbe più folto il crine
E fino al suol si stese,
Quasi nube dorata a sì bel sole
E così pronto il Cielo a sua difesa,
Sotto sì biondo velo
Seppe Agnese serbar da guardi illesa.

Livia: E non mi toglierete
Una volta la vita
Crudelissimi affanni?
E non m’ucciderete?

Teodoro: Dolor, che mi condanni
A lagrimar sì forte,
Forse, ohimé, ti par poco,
Che m’uccida una morte?
Ma perch’io viva eternamente in guai,
Una morte mi dai,
Che mi tormenta sempre
E non m’uccide mai.

Emerenziana: Serenate il sembiante
Date fine a le strida.
Con vera fè costante
Con salda voglia e pura
Alma, ch’in Dio si fida,
Ne’ tormenti qua giù vive secura!

Emerenziana: Vaneggia chi dice

Teodoro: Ch’un’alma fedele

Livia: Nel mondo crudele
Non viva felice:
Vaneggia si, si vaneggia chi ’l dice.

Emerenziana: Le pene, i tormenti
Son lingue di Dio

Livia: Ch’al nostro desio
Prometton contenti.

Teodoro: Che sono i tormenti?

Emerenziana: Son lingue di Dio
Ch’al nostro desio
Prometton contenti.

Livia: Che sono i tormenti?

Teodoro: Son messi del Cielo,
Che parlano solo
D’amore e di zelo.

Emerenziana: Che sono i tormenti?

Livia: Son piaghe vitali,
Che danno splendore
A l’alme immortali.

Emerenziana: O lieta ventura!

Teodoro: O sorte gradita!

Emerenziana, Teodorico, Livia:
Son dolci i tormenti e danno la vita.

SCENA QUARTA
Aspasio, Agnese condannata nel postribolo, Angelo

Aspasio: Son pur giunte una volta
Quelle nozze festose
Dal tuo cor desiate;
Quelle nozze beate,
Che prepara il tuo Cristo a le sue spose:
Son pur giunte una volta.
O va stolta, che sei,
Sprezza de’ patrij dei
L’antiche leggi; a sdegno
Prendi, chi te compagna
Desiò del suo letto e del suo regno;
Tra queste mura obbrobriose e sozze
Vanne pur lieta omai,
Vergine a celebrar l’inclite nozze;
Se questa impura soglia
Nido d’impudicitia oggi t’invoglia.

S. Agnese: So che non mente il Cielo
E se divota amante
Al mio sposo di fè non vengo meno;
So, che nel Ciel sereno
Di pure luci e belle
Su trono di diamanti
Preparat’ha per me letto di stelle.
È securo l’acquisto
Per un breve momento
Di dolor, di tormento
Anni d’eternità rende il mio Cristo.

Aspasio: Su ministri indisparte.
Oggi sia vostra cura
Con novo studio ed arte
Di custodir la rea fra queste mura.

S. Agnese: Signor non tardar più,
No, no, non tardar più.
Dal tuo soglio stellato,
Mio Creator, mio Dio
Gira pietoso il ciglio,
Volgi cortese i rai
Mira Signore omai,
Con che barbari scempj,
In qual fiero periglio,
In che misero stato
M’han condotto quest’empj:
Che fai GIESÙ, che fai?
Contro a tanto furore
Difendimi Signore
Quella virginità, ch’io ti donai.
Se le tue squadre, ohimé,
A mio favore non scendono;
Che diranno di te
Gli empj, che vilipendono
Il tuo nome, il tuo sangue e la tua fè?
Che diranno di te?
In mezo a le catene
Circondato di pene
Non paventa il mio core
Il suo duolo i suoi guai:
Difendimi Signore
Quella verginità, ch’io ti donai.

Angelo: Chi ne’ lucidi abissi, ov’a se stesso,
Mentre se stesso intende, egual produce;
Ed ambo uniti poi con bel riflesso
Spiran divino amor, ch’arde e traluce
Messaggiero volante a te m’invia
E suo campione a tua difesa intento:
Farò dolce al tuo core ogni tormento
E pugnerà per te la destra mia.
Quel bel giglio odorato, onde sei bella
Non paventi qua giù tempesta, o gielo:
Che di luce immortale adorno in Cielo
Su la tua fronte cangierassi in stella.
Le sue spose il Signor non abbandona.
D’impudico amator sozzo desio
Tosto vedrà, come difenda Iddio
Pura virginità, ch’a lui si dona.
Già per copri de le tue membra il latte
Veste dal Ciel t’invia l’eterna cura,
Come la fede tua candida e pura,
Come il candor de le tue nevi intatte.

Agnese: S’armino contra me fieri tiranni,
Vengan pure i tormenti a mille, a mille,
Si scatenino pur solo a miei danni,
Quante ha mai l’empietà crude faville:
Fra tempeste sì varie, in tanti affanni
Non faran mal, che la mia fè vacille;
E ne le labbia e nel mio core istesso
Porterò sempre il suo bel nome impresso.

SCENA QUINTA
Prefetto e Flavio

Prefetto: Ancor Flavio non sai,
Ch’a la mia man possente
Oprare oggi su ’l Tebro il tutto lice?
E vuoi figlio infelice
Per non scoprir tuoi guai,
Nel più cupo del seno
Nutrir cieco amator fiamma cocente?
Già so figlio, che pieno
Porti di foco il seno,
Che vibrar nel tuo cor d’Agnese i rai
E so, che da la rea
Fu l’amor tuo negletto:
Ma per dar vita a un figlio
E che non può d’un genitor l’affetto?
Empi di speme il ciglio,
L’ora de le tue gioie è vicina.
Se ritrosa di moglie
Sprezza il nome la cruda,
Ne le tue braccia ignuda
Mio poter la destina
Preda de le tue voglie.
De le tue brame accese
S’a l’amoroso invito
Fia, che constrasti Agnese
O superba, o sdegnosa, o troppo avara;
Importuno amator rapisci ardito:
La rapina in amor sempre fu cara.

Flavio: Io due volte la vita
Devo a la tua pietà.

Prefetto: Resta qui Flavio e va,
Dove tra quelle mura
A la pugna t’invita
L’adorata beltà.
Da te pende sua sorte:
Fra le sue schiere amore
Sdegna guerrier, che porte
Timoroso a l’assalto il proprio core.

SCENA SESTA
Flavio, Valerio, Prefetto

Flavio: Allegrezza mio core,
Sei condotto a gioire,
Ceda, ceda il dolore,
Ceda pure a l’ardire.
Lasso, ma chi mi lega
Non veduto le piante
E a quelle soglie d’appressar mi nega,
Dov’è chiuso il sembiante
Di quel sol, ch’idolatra il mio pensiero.

Valerio: Così lento amatore,
Flavio, dunque sarai nel tuo gioire?
Così privo di ardire?
Amor dentro il suo impero
Prende i codardi a gioco.
È bugiardo il tuo core; adora poco.

Flavio: Pieno ho ’l sen di spavento:
Correre a poco, a poco
Per le vene io mi sento
Un freddo gielo, che uccide il foco.

Valerio: Di che, di che paventi?
Forse trombe guerriere
Con bellicosi accenti
T’inviteranno a la tenzone, a l’armi
Fra sanguinose schiere?
A battaglia sì cruda
Mira, chi ti disfida:
La tua bella omicida
Sarà vergine sola, inerme e nuda.

Flavio: Vuoi tu, che disarmato
Corra di Libia ad incontrar i mostri?
Vuoi tu, ch’ardito assaglia
A petto ignudo esercito schierato?
Vuoi tu, che d’Acheronte
Apra gli orridi chiostri?
Ecco le voglie ho pronte.
Non torrenti, non sassi,
Non inospite selve,
Non ruine, non belve
Arresteranno al mio volere i passi:
Ma ch’io lasso, non tema, io non paventi
Di duo spietati rai
Le faville cocenti;
Questo non sarà mai.

Valerio: Vergognoso timore
De la tue fè, de’ tuoi sospiri indegno!
Non mi dir più, ch’Amore
Sotto il tuo vasto regno
Di te non ebbe adorator più fido.
Mai non arse il tuo core;
Fu mentito il tuo foco,
Mentiti i tuoi sospiri.

Flavio. Fuora, fuora timore,
In me non ahi più loco;
Farò lieti i miei desiri.
Eccomi pronto a la tenzon: ma dove?
Dove corro? che fo?
Mira, Valerio, mira,
Come d’intorno avvampi
Pieno tutto di lampi
L’albergo, ove si serra
La dispietata Agnese.
Più non ardisco no
Di soffrir tanta guerra;
Cedo a tante difese.

Valerio: Come timido sei!
Dove rivolgi il piè’?

Flavio: Quelle faville, ohimé,
Sono tutte saette,
Sono lucidi strali,
Che contra i desir miei portan vendette.

Valerio: Sei pur, Flavio, da poco.
Non giurasti sovente,
Ch’era un sol di beltà la bella Agnese
E che possente amore
Ne le pupille sue le fiamme accese?
E ti parrà stupore
Che quel sol di bellezza avventi il foco?
Sei pur, Flavio, da poco.

Flavio: Vuoi, ch’a solcar mi pigli
De l’immenso Ocean l’onde frementi,
Quando più crudi i venti
Fieri nembi e procelle
Portan per tutto ad oscurar le stelle?
Vuoi, tu ch’io non paventi
D’un Ciel sdegnato i lampi,
L’aspre saette, i tuoni?
Seguirò tua voglia,
Farò quanto ragioni,
Tutto ti si concede:
Ma non mi dir, ch’io rieda
A tentar quella soglia.

Valerio: Generoso desio!
Ma non crederò mai
Che sia sorte il tuo core;
Se lo spaventan d’un bel sole i rai.
Fra quei lampi guerrieri
Privo d’ogni timore
Corri ardito a l’assalto
Seconderà Fortuna i tuoi pensieri.

Flavio: Oda Giove pietoso
I miei voti, i miei prieghi:
Che se fra dure tempre
Ho da vivere afflitto
A me stesso odioso;
Segua ciò, che di me nel Cielo è scritto.
Eccomi generoso, eccomi ardito:
Rapirò le mie gioie, il mio conforto.
Ma dove sono, ohimé? ohimé son morto.

Valerio: O me sempre infelice!
O me sempre dolente!
Flavio? Amico? Signore!
Più non spira, non sente.
O tormento, o dolore! È già sparita
Dal suo core la vita. Accorrete pietosi,
Soccorrete, venite,
Con occhi lagrimosi
A sospirar la sorte
D’un sventurato amante,
Ch’a la sua fè costante
Premio trovar non seppe altro, che morte.

Prefetto: Che lamenti son questi?
Che sospiri? Che pianti,
De le sventure mie nuntij funesti?
Non rispondi, Valerio?
A che purtroppo, ahi lasso,
Leggo ne’ tuoi sembianti
Il mio dolor distinto.

Valerio: Giace qui sopra il suolo
Flavio, Signor, Flavio il tuo figlio estinto.

Prefetto: O saetta di duolo,
Che mi trapassi il cor! chi tanto ardì?
Chi fu l’empio inumano?
Che mi ti tolse, o figlio?
Rispondi figlio, ohimé, qual fiera mano
T’ha condotto così?

Valerio: Di gioir desioso
Flavio nel sen de la sua cara Agnese,
Corse: ma repentino
Un fulgor luminoso
Il varco a lui contese.
Scorto dal suo destino
Ritornò coraggioso: ahi Fato, ahi Sorte!
Sovra la soglia appunto
Lo trafisse la morte.

Prefetto: Così figlio infelice
Così, così ritorni
In questo seno a consolar martiri?
O miseria infinita!
Quando ne’ miei desiri
Sperai de la mia vita
Far più sereni e più tranquilli i giorni;
Così, così ritorni?
Anima a me sì cara,
Se non lungi t’aggiri,
Prima ch’io venga meno,
Ascolta i miei sospiri:
Pria ch’il duol mi consumi;
Da la mia doglia amara
Sugli afflitti miei lumi
Prendi, deh prendi, o figlio,
Questi del pianto mio dogliosi fiumi.
Ma che folle ragiono?
Non si parli di pianto:
Di chi t’uccide, il sangue io t’offro in dono.
Mora, mora la cruda.
De la maga spergiura
Riconosco le frodi e i tradimenti.
Sparsa del proprio sangue
Cada vittima esangue
Sopra la terra ignuda:
Mora, mora la cruda.
Al mio sdegno, al mio figlio, al mio desio
Paghi l’empia omicida
Del suo rigor, de le sue colpe il fio.
No, no nel petto mio
Pietà più non si chiuda:
Mora, mora la cruda.

Valerio: Fia lieve al tuo potere,
Che la Vergin svenata a terra caggia
E morta caderà:
Ma, lasso, al suo cadere
Il tuo figlio però non tornerà.

Prefetto: È dolce ogni vendetta.

Valerio: Chi sa, lasso, chi sa?
Opra fora più saggia
Forse d’Agnese oggi implorar l’aita:
Che se dargli la morte
Poté con tal stupore;
Potrà forse, Signore,
Con meraviglia ugual tornarlo in vita.

Prefetto: Approvo il tuo consiglio
E ceda la vendetta
A la pietà d’un figlio.

Valerio: Il tuo core assicura;
Che ben sovente hai visto
Oprar sovra natura
I seguaci di Cristo.

Prefetto: Venga pur tosto Agnese
E faccia il Ciel possente,
Che sian per me le sue preghiere intese.

S. Agnese: Eccomi già presente.

Prefetto: Desiata ritorni,
Opportuna giungesti:
Ma dì, Vergine amica,
Quel manto luminoso,
Onde sì riccamente il fianco adorni.
Dimmi; di chi fu dono, onde l’avesti?

S. Agnese: Da GIESÙ, ch’è mio sposo.

Prefetto: E quel GIESÙ, che tanto adori ed ami,
A prieghi tuoi già la mia prole estinta
A la vita richiami.

S. Agnese: Alza tua speme a Dio:
Un sospiro, un pensiero
Può far lieto e contento il tuo desio.

Prefetto: In virtù del suo nome il tutto spero.

S. Agnese: Tu, che possente già Lazaro estinto
Tornasti in vita al suon di tue parole
E da’ lacci di morte, ond’era avvinto,
Lieto il chiamasti a rivedere il sole;
Odi i miei prieghi e di pallor dipinto
Mira, chi freddo giace e chi si duole
E sia tua gloria oggi a terror degl’empj
D’opra sì grande rinovar gli essempj.

Prefetto: O stupore!

Valerio: O meraviglia!
Ecco vive, ecco respira;

Prefetto: Già di luce empie le ciglia;
Già d’intorno il guardo gira.

Prefetto: O stupore!

Valerio: O meraviglia!

Flavio: Agnese, padre, amico.

Prefetto:
Pur ti riveggio, o figlio e pur ti abbraccio?

Flavio: Opra è tutta d’Agnese.
Eccomi genuflesso
Lagrimoso al tuo piede
Vergine benedetta;
Tu m’impetra mercede
Di quel fallo, onde tanto il cor t’offese.
Le mie colpe confesso,
Confesso il fallir mio.

Agnese: Diasi gloria a quel Dio,
Che fecondo in se stesso,
Sempiterno, immortale
Sol di sue glorie adorno
Triplicato fiammeggia e sempre eguale.
Diasi gloria a quel Dio,
Che non sdegnò pietoso
Scender dal proprio Cielo
E nel sen luminoso
D’una Vergine pura e sempre intatta
Prender corporeo velo.
Diasi gloria a quel Dio
Che si elesse fatt’uomo
Di spirare per noi l’anima in croce
E debellato e domo
L’antico serpe, sovra il soglio eterno
Vincitor trionfante
L’insegne dispiegò del vinto inferno.
L’opra è degna di lui e de’ suoi vanti:

Tutti: Io dirò, ch’egli dipinse
D’auree stelle il ciel sereno;
Io dirò, che nel bel seno
D’una Vergine si strinse;
Io dirò, che sua possanza
Di faville il sole accese:
Ma morir per chi l’offese
È stupor, ch’ogn’altro avvanza.

Prefetto:
Per far nostri desir contenti e lievi,
Seguan le nostre voci
Di generosi atleti
Spettacoli feroci
E da l’orride selve
Mandi Libia le belve.

Paese

Italia

Lingua

Italiano

Segnatura

I-Rv - Roma - Biblioteca Vallicelliana
fondo Borromini
collocazione S. Borr. Q.IV.223.47

Scheda a cura di Nadia Amendola
Ultima modifica: