Scheda n. 7619

Tipo record

Scheda inferiore

Tipo documento

Testo per musica a stampa

Data

Data certa, 1667

Titolo

A Primo levriere inglese dell’Eminentissimo Signore Card. Antonio si toccano le glorie di Sua Eminenza

Presentazione

Legami a persone

autore del testo per musica: Benigni, Domenico (1596-1653)

Pubblicazione

Copia

Descrizione fisica

Parte prima, pp. 188-191

Filigrana

Non rilevata

Titolo uniforme

Alle glorie di Primo. Forma non specificata, A Primo levriere inglese dell'Eminentissimo Signore Card. Antonio si toccano le glorie di Sua Eminenza

Bibliografia

Trascrizione del testo poetico

A le glorie di PRIMO
De’ più rapidi veltri onor sovrano,
Sia molosso o spartano;
Volgo mio stile e ’l suo valor sublimo.
Sirio, sia con tua pace,
Non si denno a tuoi pregi
Gli astri, che ti sacrò Grecia mendace:
Tra splendori sì egregi
Ingiusto a PRIMO in Cielo usurpi i fregi.

Su l’albergo cocente,
Che la fera di Neme empie d’arsura,
PRIMO, non è mia cura
A tuoi merti apprestar seggio lucente.
E pur forse mia cetra
Emola de l’Argive
Per te sapria dar nove stelle a l’Etra:
Ma del Tebro le rive
Vuò, che nutran per te palme più vive.

Là di numi bugiardi
Ornin le sfere pur le cetre achee:
Io qui, castalie dee
Offro numi più chiari a’ vostri sguardi.
A ritrar ne’ miei carmi
Oggi quel sol mi piglio
Degno, cui sacri il mondo altari e marmi
Con l’ardir mi consiglio
Et immoto a suoi lampi affisso il ciglio.

Mirò su la sua chioma
Portar divoto il mar grane più fine
E ’l coronato crine
Inchinar riverente Italia e Roma.
Miro tra raggi d’oro
Valor, ch’arde nel seno,
Su la fronte svelar più bel tesoro
E con aureo baleno
Ronder l’ostro su ’l crin via più sereno.

Da nobil guardo e vago
Scende virtù, che biondeggiar fa i lidi;
Onde non è, ch’invidj
Il Tebro più l’auree tempeste al Tago.
L’oro che sovra l’alme
Con imperio più vile
Trionfante talor spiega sue palme;
Soffre negletto umile
Ne la destra di lui laccio servile.

Sono, ANTONIO, tuoi vanti
Questi, che tributaria or la mia penna
Fra le tue glorie accenna,
Degni, ch’Aonia tromba altrui ne canti.
Che stupor poi, ch’i campi
Nel suo corso divore
Primo e in sen di nobil fiamma avvampi;
S’avvie, che spettatore
Sì chiaro in campo i suoi trionfi onore?

Qual or cinto d’eroi
Da le cure de’ regni entro le selve
Move guerra a le belve
E serena tra boschi i pensier suoi;
Timida cerva al corso
Pronta il piede non scioglie,
Che di Primo non senta al fianco il morso
Ei nel suo petto accoglie
Aura lieve, ch’a venti il pregio toglie.

A stupor così chiaro
Più glorioso al mar corra il Tamigi.
De’ volanti vestigi
Non ha saetta il Ciel che voli a paro.
Gode fera fugace
Tanto solo di vita,
Quanto la man, ch’il frena, a lei dà pace.
Ma se sciolto l’addita,
Vana è già con la fuga ogn’altra aita.

Ma più bel fregio chiede
Valor, che nel suo grembo alberga e regna;
Generoso disdegna
Ch’ornin le glorie sue timide prede,
Nel periglio più fiero
Contra belva omicida
Non paventa arrotar dente guerriero.
Feroce a morte sfida
E non minaccia mai, che non uccida.

Ne’ più crudi cingiali,
Che di spume e di sangue arman le labbra,
Con magnanima rabbia
Porta su ’l piè veloce ire mortali.
Squarcia a mostri le vene
E di sanguigni umori
Fa vincitor porporeggiar l’arene:
Onde a suoi chiari onori
Sparsi di sangue ostil crescon gli allori.

O se custode al fianco
Primo sedea del giovinetto Adone;
Ne’ la fiera tenzone
Lacerato quel sen non venia manco?
Del suo dente feroce
Fatto trofeo la fera,
Non sentia sì bel sol Fato sì atroce
E la dea di Citera
Ceduto avrebbe al difensor sua sfera.

Paese

Italia

Lingua

Italiano

Segnatura

I-Rv - Roma - Biblioteca Vallicelliana
fondo Borromini
collocazione S. Borr. Q.IV.223.36

Scheda a cura di Nadia Amendola
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