Cantata DelS.r Carlo Cesarini Parole dell’Emo Pamphilj
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Description
Watermark
Relations
Notes
Tit. dall’intitolazione a c. 131r; c. 140v vuota; la cantata è costituita da 2 fascicoli di 4 c. più un bifoglio, numerati da mano coeva (in alto a sinistra a c. 135r è scritto “2” e a c. 139r “3”); cartulazione coeva: 129-138
Analytical description
Poetical text transcription
Penso di non mirarvi
Perché dovrò lasciarvi,
Amate del mio sol luci serene.
E’ meglio far così
Che perdere in un dì
Tutto il suo bene.
Chi cieco nelle fascie
Non vidde il sole, ascolta,
Che nell’ora che nasce
Al suo raggio giocondo
Ride il suol, ride il cielo e ride il mondo.
Che i primi raggi suoi
Se dona al piano, al colle,
Ei nel meriggio poi
Fatto del ciel signore,
In lui tanto riluce,
Che i monti più sublimi,
Le più profonde valli empie di luce.
Al suon di queste voci
Sospira l’infelice,
Ma come senza il guardo
Non ha forza il pensiero
Di formare del sol la vera imago.
Sospira, è ver, ma più di lui sì duole
Chi prima vidde et indi perde il sole.
Ah, non avessi mai
Veduto quei bei rai!
Ch’almen non soffrirei tanto dolor.
Fugace menzognier,
Dolce piacer d’amor,
Piacere tu non sei,
Ma sei pena del cor.
Addio Roma, addio Tebro, addio mia Clori,
Un destino crudele
Già da voi mi divide, ecco le vele
Della picciola nave.
Scalzo discinto e bruno,
Il nocchiero prepara,
Toglie il laccio dal lido e in gioco e in festa
Ridono i suoi fidi compagni arditi.
Io sol non rido, anzi, con pena ascolto
Il canto d’un fanciullo
Che giace presso il vecchio padre, e dico:
Fanciullo fortunato,
Tu ritorni alla patria, io l’abbandono.
Tu sei felice, et infelice io sono.
Quel che di me sarà
Come viver potrò
Quando ritornerò
Il core no, non sa.
Il quando, il come, il che
Il core no, non sa.
Sa ben che questo mio,
Potria parlando a te,
Esser l’ultimo addio
Cara beltà.
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Musica manoscritta
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