Cantata decimaseconda Bernardo Gaffi
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La cantata è per Basso e basso continuo, ma contiene un’aria con parti per violino e violoncello che, secondo la premessa di Gaffi, possono essere suonate anche dal cembalo.
Analytical description
Poetical text transcription
Nò, che creder mai più non vi voglio,
Ò di Teti lusinghe argentate,
Con le Perle, che in seno aditate,
Voi chiamate
Il desio sempre agl’urti d’un scoglio.
Nò, che creder mai più non vi voglio.
Viddi all’esempio altrui, viddi à mio costo
Di quante occulte insidie,
Di quai fiere perfidie
Bersaglio si trovò povero legno,
Quando à i zaffiri del ceruleo Regno
Fidar sua sorte appena hebbe disposto.
Se di speme anche lontana
À incontrar un’aura vana
Vela mai l’ali spiegò.
Non sì tosto sciolse il volo,
Che di Noti e d’Euri un stuolo
À squarciarla si destò.
Ò quanti, ò quanti e non di fama oscura
Ben di valore, ed arte
Celebri Palinuri
Avvezzi à fronteggiare
Con grave sopraciglio
Contr’ogni più terribile periglio,
Ch’unque osasser destare
Astri, e venti perversi,
Ove hà furie maggiori Oceano infido,
Miseri sventurati,
Mentre riedon scampati
Da mill’altre procelle, ecco sommersi
Si restano in faccia
Al Porto ò accanto al lido.
Serene e belle
Ridan le stelle,
Placide spirino
L’aure e si mirino
L’onde tranquille,
Son vaghe immagini,
Che l’alme esortano,
Ma seco portano
Sirti e voragini,
Caridi e Scille.
Dell’ondoso elemento
L’umor, che si offre à un anelante petto,
È limpido all’aspetto, al gusto è salso,
Sembra stemprato argento e tutto è falso.
Detestava così l’industra,
La fatica, le vigilie e gli stenti,
Che sparse all’onde à i venti
Un che solcando il mar sempre nemica
À voti suoi sperimento la sorte,
Ma chi de suoi lamenti al senso attese,
Ben si accorse, e comprese,
Ch’il mar di cui doleasi era la Corte.
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