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Record number 5698

Bibliographic levelMonograph
Document typeHandwritten music
DateSingle known date, 1797
ComposerJommelli, Niccolò (1714-1774)
LyricistMetastasio, Pietro (1698-1782)
OwnerSigismondo, Giuseppe (1739-1826)
CopyistSigismondo, Giuseppe (1739-1826)
TitleCantata. a 4. voci La passione di Giesù Sig.r Nro. / poesia divina del Sig.r Pietro Metastasio ; musica del Sig.r Nicola Jommelli parte pma copiata da me Giuseppe Sigismondo Dilettante
Musical presentationFull score
Publication[Napoli : copia], 1797
Physical description1 partitura (I, 167, II c.) ; 230x285mm. Watermark: not registered.
NotesIl manoscritto apparteneva alla collezione di Giuseppe Sigismondo, acquisita dalla biblioteca alla sua morte; venne copiato da Sigismondo stesso, come attesta la nota a c. 167v: "Terminato di scrivere a 12: Aple 1797: da me Giuseppe Sigismondo"; il manoscritto ha due frontespizi, il secondo è decorato con simboli della passione; l’oratorio fu composto a Roma nel 1749 e dedicato al Duca di York.
Uniform titleDove son, dove corro. Oratorio
Medium of performance4V,Coro(4V),orch: S,A,T,B,Coro(S,A,T,B),2ob,2cor,2vl,vla,b
Bibliographic repertoriesSBN: MSM0082211 external link
Bibliography: oratorio (definito cantata) identificato con il n. 529
Analytical description1.1: Largo grave (Symphony, mi bem. maggiore, c)

2.1: Adagio (Recitativo, c)
Dove son, dove corro?
3.1: Larghetto (Aria, fa maggiore, 2/2)
Già che mi tremi in seno
4.1: (Recitativo, c)
Ma qual dolente stuolo
5.1: Larghetto (Aria, sol minore, 2/2)
Quanto costa il tuo delitto
6.1: (Recitativo, c)
Oh più di noi felice
7.1: Allegro (Aria, re maggiore, c)
Torbido mar che freme
8.1: (Recitativo, c)
O barbari crudeli. Ah Pietro è poco
9.1: Andante (Aria, do minore, 2/4)
Come a vista di pene sì fiere
10.1: (Recitativo, c)
E la madre frattanto
11.1: Andantino (Aria, sol maggiore, 3/8)
Potea quel pianto
12.1: (Recitativo, c)
Come inventar potea
13.1: Andante moderato (Aria, do maggiore, 3/4)
Tu nel duol felice sei
14.1: (Recitativo, c)
Dopo un pegno sì grande
15.1: Adagio (Duet, si bem. maggiore, c)
Vi sento, oh Dio, vi sento
16.1: Andante con spirito (Aria, mi bem. maggiore, 2/2)
Di qual sangue mortale oggi fa d'uopo
17.1: (Recitativo, c)
Ed insepolto ancora
18.1: Allegro ma non molto (Aria, re maggiore, 3/8)
Ritornerà fra voi
19.1: (Recitativo, c)
Qual terribil vendetta
20.1: Tempo giusto (Aria, mi bem. maggiore, c)
All'idea de' tuoi perigli
21.1: (Recitativo, c)
Le minacce non teme
22.1: Andante con brio (Aria, la maggiore, 2/4)
Se la pupilla inferma
23.1: (Recitativo, c)
Pur dovrebbe in tal giorno
24.1: (Aria, mi maggiore, 3/4)
Dovunque il guardo giro
25.1: (Recitativo, c)
Giovanni anch'io lo so per tutto è Dio
26.1: Andante molto (Aria, fa maggiore, 2/4)
Ai passi erranti
27.1: (Recitativo, c)
Non senza guida, o Maddalena e soli
28.1: (Aria, sol maggiore, c)
Se a librarsi in mezzo all'onde
29.1: (Recitativo, c)
Ah dal felice marmo
30.1: Larghetto (Aria, mi bem. maggiore, 2/2)
Santa speme tu sei
Poetical text transcription[parte prima]

[Pietro]
Dove son, dove corro?
Chi regge i passi miei? Dopo il mio fallo
Non ritrovo più pace;
Fuggo gli sguardi altrui, vorrei celarmi
Fino a me stesso. In mille affetti ondeggia
La confusa alma mia,
Sento i rimorsi, ascolto la pietade
A’ miei desiri sprone è la speme,
E la dubiezza inciampo,
Di tema agghiaccio e di vergogna avvampo.
Ogni augello che ascolto
Accusator dell’incostanza mia
L’augel nuncio del dì parmi che sia.
Ingratissimo Pietro
Chi sa se vive il tuo Signore, a caso
Gli ordini suoi non sovvertì Natura
Perché piange l’oscura
Fra le tenebre il sole, ah che la terra
Infida a’ passi altrui trema e vien meno,
E le rupi insensate aprono il seno.
Ah che gelar mi sento
Nulla so, bramo assai, tutto pavento.

Già che mi tremi in seno
Esci dagli occhi almeno
Tutto disciolto in lagrime
Debole, ingrato cor.
Piangi ma piangi tanto
Che faccia fede il pianto
Del vero tuo dolor.

Ma qual dolente stuolo
S’appressa a me? Si chieda
Del mio Gesù novella. Oh Dio! Che invece
Di ritrovar conforto
Temo ascoltar chi mi risponda, è morto.

[Seguaci di Gesù]
Quanto costa il tuo delitto
Sconsigliata umanità.
All’idea di quelle pene
Che il tuo Dio per te sostiene
Tutto geme il mondo afflitto
Solo tu non hai pietà.
[Maddalena]
Vorrei dirti il mio dolore
Ma dal labbro i mesti accenti
Mi ritornano sul core
Più dolenti a risuonar.
E appena al seno oppresso
È permesso
L’interrotto sospirar.

[Giovanni]
Oh più di noi felice
Pietro che non mirasti
L’adorato maestro in mezzo agli empi
Tratto al preside ingiusto: ignudo ai colpi
De’ flagelli inumani
Vivo sangue grondar, trafitto il capo
Da spinoso diadema: avvolto il seno
Di porpora ingiuriosa, esposto in faccia
All’ingrata Sionne: udir le strida,
Soffrir la vita e tollerar lo scorno
Del popol reo che gli fremea d’intorno.
[Giuseppe]
Chi può ridirti oh Dio
Qual divenne il mio cor, quando inviato
Sul Calvario a morire
Io lo mirai gemer sotto l’incarco
Del grave tronco; e per lo sparso sangue
Quasi tremula canna
Vacillare e cader. Corsi, gridai,
Ma da fieri custodi
Respinto indietro al mio Signor caduto
Apprestar non potei picciolo aiuto.

Torbido mar che freme
Alle querele, ai voti
Del passaggier che teme
Sordo così non è.
Fiera così spietata
Non han le selve ircane
Gerusalemme ingrata
Che rassomigli a te.

[Pietro]
O barbari crudeli. [Maddalena] Ah Pietro è poco
A paragon del resto
Quanto ascoltasti [Giovanni] Oh se veduto avessi
Come vid’io sul doloroso monte
Del mio Signor lo scempio. Altri gli svelle
Le congiunte alle piaghe
Tenaci spoglie. Altri lo preme e spinge
E sul tronco disteso
Lo riduce a cader. Questi s’affretta
Nel porlo in croce e gl’incurvati chiodi
Và cangiando talor. Quegli le membra
Traendo a forza al lungo tronco adatta
Chi stromenti ministra,
Chi s’affolla a mirarlo, e chi sudando
Prono nell’opra infellonito e stolto
Dell’infame sudor si bagna il volto.

Come a vista di pene sì fiere
Non v’armaste di fulmini o sfere
In difesa del vostro Fattor.
Ah v’intendo, la mente infinita
La grand’opra non volle impedita
Che dell’uomo compensa l’error.

[Pietro]
E la madre frattanto
In mezzo all’empie squadre,
Giovanni, che facea? [Giovanni] Misera madre.
[Maddalena]
Fra i perversi ministri
Penetrar non potea: ma quando vide
Già sollevato in croce
L’unico figlio e di sue membra il peso
Su le trafitte mani
Tutto aggravarsi, impaziente accorre
Di sostenerlo in atto il tronco abbraccia,
Piange, lo bacia e fra i dolenti baci
Scorre confuso intanto
Del figlio il sangue e della madre il pianto.

Potea quel pianto,
Dovea quel sangue
Nel cor più barbaro
Destar pietà.
Pure a quei perfidi
Maria che langue
È nuovo stimolo
Di crudeltà.

[Pietro]
Come inventar potea
Pena maggior la crudeltade ebrea!
[Giuseppe]
Si l’inventò. Del moribondo figlio
Sotto il languido sguardi
Dal tronco a cui si stringe
L’addolorata madre è svelta a forza,
A forza s’allontana,
Geme, si volge, ascolta
La voce di Gesù che langue in croce,
E s’incontrano i sguardi: oh sguardi! oh voce!
[Pietro]
Che disse mai? [Giovanni] Dall’empie turbe oppressi
Me vide e lei. Fra i suoi tormenti intese
Pietà de’ nostri e alternamente allora
L’uno all’altra accennando
Con la voce, e col ciglio
Me provide di madre e lei di figlio.

Tu nel duol felice sei
Che di figlio il nome avrai
Su le labbra di colei
Che nel seno un Dio portò.
Non invidio il tuo contento
Piango sol che il fallo mio
Lo conosco, lo rammento
Tanto ben non meritò.

[Giovanni]
Dopo un pegno sì grande
D’amore e di pietà pensa qual fosse,
Pietro, la pena mia. Veder l’amara
Bevanda offerta alla sua sete, udirlo
Nell’estreme agonie, tutto è compito
Esclamare altamente
E verso il petto inclinando la fronte
Vederlo in faccia alle perverse squadre
Esalar la grand’alma in man del Padre.

Vi sento, oh Dio, vi sento
Rimproveri penosi
Del mio passato error.
V’ascolto, oh Dio, v’ascolto
Rimorsi tormentosi
Tutti d’intorno al cor.
Fu la mia colpa atroce
[Maddalena]
Fu de’ miei falli il peso
[Pietro, Maddalena]
Che ti ridusse in croce
Offeso mio Signor.
A tanti tuoi martiri
Ogni astro si scolora
[Pietro]
E soffri ch’io deliri
[Maddalena]
E non mi uccidi ancora.

[Coro]
Di qual sangue mortale oggi fa d’uopo
Quella macchia a lavar che dall’impuro
Contaminato fonte in te deriva
Ma grato e non superbo
Ti renda il beneficio eguale a questo
L’obligo è in te sì sì.
Quanto è più grande il dono
Chi n’abusa è più reo
Pensaci e trema.
Del Redentor lo scempio
Porta salute al giusto e morte all’empio.

[parte seconda]

[Pietro]
Ed insepolto ancora
È l’estinto Signor? [Giuseppe] Per opra mia
Già lo racchiude un fortunato marmo.
[Pietro]
A lui dunque si vada,
Si adori almen la preziosa spoglia.
[Maddalena]
Fermati, il sol già cade. Il nuovo giorno
Destinato è al riposo.
A noi convien cessar da ogn’opra. [Giovanni] E forse
Inutile sarebbe il nostro zelo.
[Pietro]
Perché? [Giovanni] Già di custodi
Cinto il marmo sarà. Temon gli ebrei
Che il sepolto maestro
Da noi s’involi e la di lui promessa
Di risorger s’avveri. Empi! Saranno
Veraci i detti suoi per nostro danno.

Ritornerà fra voi
Non fra le palme accolto,
Non mansueto in volto
Al plauso popolar.
Ma di flagelli armato
Come il vedeste poi
Del tempio profanato
L’oltraggio vendicar.

Qual terribil vendetta
Sovrasta a te, Gerusalemme infida
Il divino presagio
Fallir non può. Già di veder mi sembra
Le tue mura distrutte, a terra sparsi
Archi, le torri, incenerito il tempio,
Dispersi i sacerdoti, in lacci avvolte
Le vergini, le spose. Il sangue, il pianto
Inondar le tue strade; il ferro, il foco
Assorbire in un giorno
De’ secoli il sudor. Farà la tema
Gli amici abbandonar; farà l’orrore
Bramar la morte e l’ostinata fame
Persuadendo inusitati eccessi
Farà cibo alle madri i figli istessi.

All’idea de’ tuoi perigli,
All’orror de’ mali immensi,
Io m’agghiaccio e tu non pensi
Le tue colpe a detestar.
Ma te stessa alla ruina
Forsennata incalzi e premi
E quel fulmine non temi
Che vedesti lampeggiar.

[Pietro]
Le minacce non teme
Il popolo infedel perché di Dio
L’unigenità prole
Non conosce in Gesù. Stupido! E pure
In Bettania l’intese
Dalla gelida tomba
Lazzaro richiamar. Vidde a suo cenno
Su le mense di Cana
Il cangiato liquor: con picciol esca
Vide saziar la numerosa fame
Delle turbe digione. Ah di lui parli
Di Teberiade il mare
Stabile a’ passi suoi. Parli di lui
Chi libera agli accenti
Sciolse per lui la lingua
Non usa a favellar: chi aprì le ciglia
Inesperte alla luce, e se non basta
La serie de’ portenti
A convincervi ancora anime stolte
È la mancanza in voi che in faccia al lume
Fra l’ombre delirate
E per non dirvi cieche, empie vi fate.

Se la pupilla inferma
Non può fissarsi al sole
Colpa del sol non è.
Colpa è di chi non vede,
Non crede in ogni oggetto
Quell’ombra, quel diletto
Che non conosce in sé.

[Maddalena]
Pur dovrebbe in tal giorno
Ogn’incredule cor farsi fedele
[Giovanni]
Quanto di arcano e di presago avvolse
DI più secoli il corso oggi si svela.
Non senza alcun mistero
Il sacro vel che il santuario ascose
Si squarciò, si divise
Al morir di Gesù. Questo è la luce,
Che al popolo smarrito
Le notti rischiarò. Questa è la verga
Che in fonti di salute
Apre i macigni. Il sacerdote è questo
Fra la vita e la morte
Pietoso mediator. L’arca, la tromba
Che Gerico distrusse: il figurato
Verace Giosuè ch’oltre il Giordano
Di tanti affanni alla promessa terra
Padre in un punto e Duce
La combattuta umanità conduce.

Dovunque il guardo giro
Immenso Dio ti vedo,
Nell’opre tue t’ammiro,
Ti riconosco in me.
A terra il mar, le sfere
Parlan del tuo potere
Tu sei per tutto e noi
Tutti viviamo in te.

[Maddalena]
Giovanni anch’io lo so per tutto è Dio,
Ma in tanto ai nostri sguardi
Più visibil non è. Dov’è quel volto
Consolator de’ nostri affanni, il labbro
Che in fiumi di sapienza
Per noi s’aprì. La generosa mano
Prodiga di portenti,
Il ciglio avvezzo a destarci nel seno
Fiamme di carità. Tutto perdemmo
Miseri al suo morire. Ei n’ha lasciati
Dispersi, abbandonati
In mezzo a gente infida
Soli, senza consiglio e senza guida.

Ai passi erranti
Dubbio è il sentiero
Non han le stelle
Per noi splendor.
Siam naviganti
Senza nocchiero
E siamo agnelle
Senza pastor.

[Pietro]
Non senza guida, o Maddalena e soli
N’abbandona Gesù. Nella sua vita
Mille e mille ci lascia
Esempi da imitar, nella sua vita
Ci lascia mille e mille
Simboli di virtù. Le sacre tempie
Coronate di spine, i rei pensieri
C’insegnano a fugar; dalle sue mani
Crudelmente trafitte l’avare voglie
Ad abborrir s’impara
È la bevanda amara
Rimprovero al piacer, norma è la croce
Di tolleranza in fra i disastri umani
Che da lui non s’apprende in ogni accento
In ogni atto commesso, in lui diviene
L’incredulo fedele,
L’invido generoso, ardito il vile,
Cauto l’audace ed il suberbo umile.
Or di sua scuola il tutto
Vuol rimirare in noi, da noi s’asconde
Per vederne la prova e se vacilla
La nostra speme e la virtù smarrita
Tornerà, non temete, a darne aita.

Se a librarsi in mezzo all’onde
Incomincia il fanciulletto
Colla man gli regge il petto
Il canuto nuotator.
Poi si scosta e attento il mira
Ma se tema in lui comprende
Lo sostiene e lo riprende
Del suo facile timor.

[Maddalena]
Ah dal felice marmo
Presto risorga [Giovanni] Ei sorgerà saranno
Questi oggetti di affanno,
Oggetti di contento. [Giuseppe] Al suo sepolcro
Verranno un dì verranno
Supplici i Duci e pellegrini i Regi.
[Pietro]
Sarà l’eccelso legno
Ai fedeli difesa,
All’Inferno terror, trionfo al cielo.
[Maddalena]
Da quell’arbore ogn’alma
Raccoglierà salute. [Giuseppe] In questo segno
Vinceranno i monarchi. [Giovanni] Appresso a questo
Trionfante vessillo
All’acquisto del Ciel volgere i passi
La ricomprata umanità vedrassi.

[Coro]
Santa speme tu sei
Ministra all’alme nostre
Del divino favor l’amore accendi,
La fede accresci, ogni timor disciogli,
Tu provida germogli
Fra le lagrime nostre e tu c’insegni
Ne’ dubbi passi dell’umana vita
A confidar nella celeste aita.
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Web resources Internet Culturale. Digitalizzazione completa
CountryItaly
LanguageItalian
ShelfmarkI-Nc - Napoli - Biblioteca del Conservatorio Statale di Musica "San Pietro a Majella"
Cantate 169 (=21.3.26)

   Record by Giulia Giovani