Serenata da recitarsi in Musica

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Record ID
7145

Description

Country
Italia
Language
Italiano
Date
1716
Publication
Copia, 1716
Physical description
c.

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Notes

La musica è probabilmente di Carlo Francesco Pollarolo. La serenata fu presentato il 4 Marzo 1716 nel Palazzo Corner a Murano per il Principe Elettorale Carlo Alberto.

Poetical text transcription

PARTE PRIMA

Apollo: Dove sei

Caro oggetto agl’occhi miei

Dolce ben, idolo mio.

Dell’amore

Tante pene nel mio cuore

Sostener più non poss’io.

Deriso amor, io non credea giamai,

Che a penetrar il sen d’Apollo ancora

Giungessero i tuoi strali.

Sotto mentite spoglie

Reso di Dafne amante

Giro in traccia di lei ogn’or le piante.

Ah tu, che de pastori

Nume benigno sei

Insegna a mio ristoro

Ove soggiorna il dolce ben, ch’adoro.

Pane: A che pro, se ti fugge, e ti disprezza?

Non ben conosci ancora

Quale di Dafne in sen sii la fierezza.

Quel volto non amar,

Che rigido, e crudel

Ha il cuor in petto.

Puoi piangere, e pregar,

Ma non giammai sperar

Per te l’affetto.

Apol: Dura legge d’amor....

Clio: Mio nume eccelso,

E quai lamenti mai

Sento d’amor in te? Forse potrebbe

Di Febo l’innocente, e chiaro ardore

Cangiarsi in fiamma vil d’un cieco amore.

Apol: Ah Clio, non istupirti,

Se di Peneo la figlia

E la sola cagion de miei sospiri.

Clio: Che ascolto! Eh non sia vero,

Che sul figlio di Giove

Una volgar passion abbi l’impero.

Lo stral, ch’amor vibrò

Ben fragnere si può,

E risanar ancor la piaga in seno

In te sarà viltà.

Seguir una beltà,

Che nel mirarla fugge qual baleno.

Apol: Osserva, se poss’io

Quel volto non amar, ch’à noi sen viene,

E se fuor di ragion son le mie pene.

Dafne: Se miro vezzosetta

L’aura bacciar il fior

Par, che mi dica amor

Fa il cuor contento.

Se vedo il ruscelleto

Fido lambir la sponda

Un bel piacer m’innonda

Ma poi mi pento.

Apol: Mia bella Dafne; al fine

Arrise pur la sorte a voti miei!

Daf: Dal mio cuor che pretendi?

Apol: Per amor chieggo amor, e alle mie pene

Una giusta pietà.

Daf: Non altro chiedi?

Apol: Gl’amplessi poi....

Daf: Folle sei ben se credi,

Che giunga amor à togliermi la pace.

Apol: Nulla potrà sperar da te ò crudele

La costanza in armarti?

Daf: Più ostinata sarò per sempre odiarti.

Apol: Della fe fu la costanza

Pur la speme ogn’or s’avvanza

Di goder quel volto un dì.

Spero, sì, veder quel viso

Tutto vezzo, tutto riso

Amoroso dirmi un sì.

Daf: Non andranno nel mar l’acque de’ fiumi,

Non salirà nella sua sfera il fuoco,

Ne piomberà al suo centro il duro sasso,

Ma di Dafne nel petto

Costante per l’amor sarà il dispetto.

Non voglio amore

Se toglie all’alma

La bella calma

Di libertà.

Dell’innocenza

Solo nel cuore

Il bel candore.

Sempre sarà.

Clio: Ah mia fatal sciagura!

Merc: Di che ti lagni o Clio?

Clio: O tu, che giugni

Dell’elloquenza amico nume ascolta:

Apollo il sommo duce

Dio noi abitatrici d’Elicona

Sotto spoglie, e sembianza di pastore

Frenetico d’amor sol Dafne adora.

Merc: Non istupir, che -giove

In tauro per amor cangiarsi ancora.

Lo vedesti in pioggia d’oro

Fecondar di danae il sen

E rapir in suo ristoro

Poi l’Europa il caro ben.

Clio: Ma, che sarà di me? Che sia dell’altre

Afflitte mie compagne

Senza Febo, che in noi

Anima la virtù co’raggi suoi?

Più col plettro i bei concenti,

Molli carmi, e dolci accenti

Non godrà questo mio cuor.

Taceran la cetra, e il canto,

E in sua vece eterno il pianto

S’unirà col mio dolor.

Merc: No, no, non dubitar. Al sommo Giove

Tosto n’andrò per consolarti. In tanto

Non abbia il duol di più agitarti il vanto

Asciuga sul bel volto.

L’oltragio del dolor

Clio. Se mirerò disciolto

Apollo dal suo amor

À 2: Il cuor si gioirà.

il latte della spene

Clio: Mie )

Intanto alle ) pene

Merc: Tue )

Clio: Mi )

Più forte ) sarà

Merc: Ti)

[Asciuga etc.]

Fine della prima parte.

Parte seconda

Pane: Amica Clio, ben giusti sono, è vero

I tuoi sospiri, sì, ma à consolarti

Esser non può qui in terra

Chi più d’Apollo ancora

Sii di splendori adorno?

Clio: Si, ma Giove

Vuota vorrà la reggia di suo figlio

Più, che cederla altrui.

Pane: Pure vedrai,

Ch’ei cederà la sede

A quel germe sovran d’augusto sangue,

Che di virtù rippieno

Splende dell’adria ospite caro in seno.

Già rimbomba

Con l’aurea tromba

Di sue glorie la fama fedel.

E con stelle

Più lucide, e belle

Il suo nome sta scritto nel ciel.

Apol: Quest’è il punto mio cuor, che tutta l’arte

Per trionfar si deve

Della ninfa crudel à costo ancora.

Di scuoprirti qual sei

Vincono tutto al fine in terra i dei.

Da quel labbro di fulgide rose

Tutto amor il suo mel succhierò.

E del volto le stelle amorose

Tutte riso al goder mirerò.

Clio: E ancor di chi ti fugge

Siegui l’orme ostiniate?

Deh, mio nume signor, tiedi in te stesso,

E la tua cara Clio....

Apol: Ormai importuna

Contrasti il mio piacer. Frena l’orgoglio;

Amante son, e già goder io voglio.

Clio: Retta la nave ai venti

Dal suo nochier, ch’è saggio

De vortici all’oltraggio

Ride, e senza timor giugne al conforto.

Ma se la guida un cieco

Urta ne scolgi, e ancor naufraga in porto

Apol: Adorata mia Dafne,

Vuole al fine il mio amor fra le tue braccia

Il suo dolce riposo.

Daf: Io pur tel dissi ancor? Oggetto sei

Abborrito, e negletto agl’occhi miei.

Languisci, e pena

Il cuor ti svena

Io non ti voglio.

Sordo al tuo amore

Ho in petto il cuore

Qual duro scoglio.

Apol: Così spietata? E quando

Non fossi qual tu credi un vil pastore

Saresti sì ritrosa?

Daf: Non esser puoi qual sei, ne posso amarti.

Apol: Or senti disleal, e osserva dove

Giungano i tuoi disprezzi: apollo io sono.

In queste rozze lane.

Di Tessaglia pastor servo alla legge

Di tua fiera beltà.

Daf: Stelle, che ascolto!

Apol: Or vedi se adorarti

Deggio con spene.

Daf: Ancor non posso amarti.

Apol: Ingrata à tuo dispetto.

Per compiacermi adoprerò la forza.

Un vil disprezzo ogni riguardo ammorza.

Benché ritrosa

Guancia vezzosa

Ti baccierò.

A tuo dispetto

Quel bianco petto

Già strignerò.

Merc: T’arresta apollo, e ascolta

Del tuo gran genitor gl’alti decreti

D’Ippocrene i lamenti

Egli’udì con pietà, se cieco amante

Sprezzando le sue dive

Siegui di Dafne il fuggitivo seno.

Quindi è, che dalla reggia in Elicona

Ei t’esilia per sempre, e un altro sole

Già destinò in tua vece.

Apol: E chi sia questi?

Merc: Clio lo dirà, se pure

Potrà idear ne meno

L’immensità della sua luce à pieno.

Scorre in un picciol rio la navicella,

Ne timida paventa di quell’onde

Ma poi d’un vasto mar nella procella

O si sommerge, ò almeno si confonde.

Clio: E confusa, e sommersa io pur m’attrovo

In contemplar l’immensità di tante

Glorie del grand’eroe,

Che luminoso sole

La nel belgico ciel vasto risplende.

Già di scienza, e virtù co’ raggi suoi

Sento rapirmi intanto,

E più d’Apollo assai m’inspira al canto.

Plaude il fior nel verde prato

A quel sol, che più risplende

E l’augel festivo, e grato

Scioglie il canto, e il volo stende

Merc: E tu Dafne vezzosa

Per sottrarti al furor d’un cieco amante

Cangiata in verde allor ora sarai.

Daf: Adoro io mio destin, se in questa guisa

Havrò l’onor di cignere la fronte

Premio del merto, ò dono

Al prode in guerra, ed la monarca in trono.

Sì felice poserò

Su la chioma del regnante.

E fedel disarmerò

De suoi fulmini il tonante

Pan: All’armonia de cieli io pur giuliva

Unirò la sampogna in plauso eterno

Al sole della beglia

Che in avvenir più grande ancor discerno.

Di corone, e di più allori

Gli splendori

Vidi già negl’avi suoi.

E la glori di sue gesta

Viva resta

Immortal dei grandi eroi.

Apol: Contento di mia sorte

Cedo al maggior di me, la di cui luce

Già per il mondo tutto ormai riluce.

Clio: Dunque ogn’una di noi lieto, e vivace

Sciolga in carmi il suo labbro,

E di cotanto sol plauda alla face.

Coro: Negl’immensi suoi splendori

Non si può fissar lo sguardo

Che da suoi tanti fulgori

Giugne agl’occhi un fatal dardo.

Location

Library
I-Vcg — Venezia, Biblioteca di Studi Teatrali della Casa di Carlo Goldoni
Shelfmark
59 A 243/3

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Type

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