L’uscio dell’Oriente Ludovico Vatio
Identification
Scoring
Description
Watermark
Relations
Notes
L’inizio della cantata è caratterizzato da un letterone decorato; è presente sia una cartulazione (21-24) sia una paginazione (43-[50]); pagina 50 è priva di notazione; la datazione del manoscritto è suggerita da Wotquenne (cfr. Repertori bibliografici); la provenienza veneziana del manoscritto è desunta dalla presenza della filigrana con tre lune crescenti.
Analytical description
Poetical text transcription
L’uscio dell’Oriente
Sui confini del Gange apria l’Aurora
Al portator del dì. L’Eterea Mole
Pennelleggiava il Sol d’azzurro in oro,
E gl’augelletti garruli e giulivi
Consacravano al giorno inni festivi.
Quando Clori la bella
Ch’un più bel Sole ha bipartito in fronte,
Così mesta dicea in riva a un fonte:
«Amor, Amor con l’arco
Feritor il sen m’impiaga,
Né posso aver mercé
Troppo cruda per me sembianza vaga.
Amor, Amor con l’arco
Feritor il sen m’impiaga.
Arsi, piansi, pregai,
Ma fu qual aspe sordo
L’adorato Fileno
All’amaro mio pianto, alle mie preci.
Ora l’odio, l’abborro,
Lo fuggo, lo desto; ah, no quel viso
Sol si deve adorar, è un Paradiso.
S’Amor t’incatenò
Non puoi mio cor, no, no
Sperar mai libertà,
Dovrai sempre penar,
E penando adorar una beltà.
S’Amor t’incatenò
Non puoi mio cor, no, no
Sperar mai libertà.
Ma coraggio, mio core
Costante priega e s’il pregar non basta
Torna a pianger ch’il pianto
Spesso pietade impetra
Ch’una stilla talor frange una pietra».
Location
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Type
Musica manoscritta
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