Cantata a voce sola con un violino del Sig. Francesco Mancini
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Nella stagion più lieta
In cui par che l’impero
Del mondo tutto habbia usurpato amore
Agatirsi il pastore
Ch’al dolce suon d’una incerata avena
Fè che di Filli il nome
Risonasse più volte
Del famoso Vesuvio i colli ameni.
Assiso a piè d’un faggio
In sì languidi accenti
Fè palesi del cor gl’aspri tormenti.
Ride il Ciel, s’adorna il prato
D’erbe e fior va cheto il rio,
Ma non vuol ingiusto fato
Ch’il mondo cangia stat
Ch’il mio cor cangi desio.
E se tal’or raggione
A l’alma imprigionata addita il varco
Onde fuggir può sciolta,
Amor, che tutto ascolta,
Fà che invecchiata usanza
Le tolga del fuggire ogni speranza.
Cosi vivo fra le pene
Né più spero libertà,
Ed al suon di mie catene
Grido ogn’or nume d’amore
D’un amante che si more
Habbi al men qualche pietà.
Se pretendi ch’io sempre
Porti nell’alma impresso
L’adorato sembiante
Deh, concedimi al meno
Che dell’effiggie sua goda il mio seno.
Se guardo ritroso
D’un occhio sdegnoso
Fu sempre nel petto
Fucina d’ardor,
Sarà poi vezzoso
Ridente amoroso
Riposo dell’alma
Quiete del cor.
Agatirsi infelice,
Lo sperar che ti giova?
Il sospirar che vale,
Se fin dalla tua cuna
Ti fur nemici amor, cielo e fortuna?
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Musica manoscritta
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