Cantata 26.a
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O sol degl’occhi miei,
Trofeo di mia costanza,
Quando del mio penar, Filli adorata!
Filli, che fosti e sei
L’amica mia speranza,
De miei puri desir meta bramata,
Or che sorte spietata
Niega all’avido sguardo il tuo bel seno,
Volgiti a me con la memoria almeno.
Ti ricordo o Filli amata,
Che se fido t’adorai,
Più da lungi io t’amo ancor.
E mia fè da te sprezzata
Non tributa ad altri rai
La costanza ed il candor.
Nò che già mai sarà ch’io sia fedele,
Lontananza crudele,
Che se lungi da te rivolsi il piede,
Serbo intatta la fede
E per virtù d’innamorata mente,
Sempre ti sto vicino e ogn’or presente.
So ch’à forza il pensier mio
Di condurti, o cara a me,
Ma non so se il tuo desio
Faccia mai ch’io giunga a te.
Ma cesserà l’esiglio empio, inumano,
Che star non può lontano
Da te il mio cor, caro adorato Nume.
Troppo è strano costume,
Che disgiunto si trovi
Qui il simulacro e l’Idolatra altrove.
Per te vive e per te mori
Il mio spirto innamorato,
O mia bella Deità.
E se a te non fò ritorno
Di mia vita all’ultim’ore,
Mi trarrà crudele il fato
Ch’io già sento quel tormento,
Ch’a morir giunger mi fà.
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Musica manoscritta
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