[Trasse lunga stagione]
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Poetical text transcription
Trasse lunga stagione hore serene
Tra le foreste sue Silvio felice,
Che non entran le pene
Nell’albergo romito
D’innocente pendice.
Ma quasi egli avvilito
Stimasse il cor tra solitarie belve,
Diede il tergo alle selve.
Giunse errando su il Tebro,
E quando stanco ei riposar volea,
Udì scoglier il canto
A una voce sì bella
Di nascosta donzella,
Ch’un Nume a lui parea.
Udire, amare e abandonarsi al duolo
In quel povero core
Fu l’istesso momento,
Onde agitato d’un immenso ardore
Queste, o simili voci ei diedi al vento:
Bella pace del cor mio,
Prendi pur l’ultimo addio,
Che mai più ti rivedrò.
Benché dolce è quella voce,
Ch’appirarsi all’aura io sento,
È una tromba assai feroce,
Che fa guerra al mio conteno,
E mi dice il cieco Dio,
Che fuggirla io non potrò.
Mentre il Pastor gentile
Palesava così l’occulto affanno,
Vidde la Donna, anzi dirò la Dea,
Che poi anzi non vista, udita havea.
Il balenar degl’occhi
Ei di gemino dardo vittima cadde.
E si trovò ferito
Dalla voce l’udito, il cor dal guardo.
Indì a colei, che l’alma gli rapì,
Egli disse così:
È costume di te, mia sirena,
D’allettare ed uccider col canto.
Io disprezzo d’Ulisse il consiglio,
S’è bello il periglio,
È dolce la pena,
È amabile il pianto.
Sì, sì, nell’ardorarti io godo e peno
E mi giunge nel seno
Hora tiranno, hora soave il telo,
Perché ti pose il fato
L’inferno a gl’occhi e fra le labra il cielo.
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Musica manoscritta
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