Augusto
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A quel, che tutti assale
Dal ciel prefisso inevitabil punto
Nel sen di molli piume
Il fortunato Augusto era omai giunto.
Già sul ferro fatale
Ponea l’orrida man la parca ardita
Per troncargli la vita,
Quand’egli a suoi più fidi
Che intorno a lui dal pianto
Mal sapean raffrenar gli occhi dolenti
Rivolse il ciglio, e in un sì fatti accenti:
«Amici, ecco quell’ora
Da cui non salva imperial grandezza.
Già scorgo a me davante
Comparir quell’istante
Che il fine intima a’ giorni miei, di cui
Quel perduto stimai
Che con opre sublimi io non segnai.
Lieto vissi in alta sorte,
Sopra il mondo ebbi l’impero,
Il furor fei prigioniero
Della guerra entro alle porte.
Abbattei la colpa audace,
Coronai gli atti più degni
Né lasciai, che da miei regni
Mai torcesse il piè la pace.
Dell’anime più grandi
Spronai la mente a superar gli esempi,
Tentai fatti ammirandi;
Eressi archi, teatri, altari, e tempi.
Or con quel cuore istesso
Che lo scettro in trattar mostrai vivendo
Deporlo in man del fato estremo attendo.
Su dunque di pena
Ogni ombra sbandita
Omai di mia vita
Si chiuda la scena.
Diasi di me, sciolto il terrestre velo
Al rogo il frale, il non caduco al Cielo».
Chiuse ciò detto i lumi
Quasi in dolce quiete
Lasciò quell’alma eccelsa
Delle languide membra il grave incarco;
E dimostrò nel trapassar tal varco
A geni vili aspro cotanto, e duro
Che d’un carcere oscuro
In cui chiude i mortali instabil sorte
A un animo gentil fine è la morte.
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