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Scheda numero 8511

Livello bibliograficoSpoglio
Tipo documentoTesto a stampa
DataData certa, 1717
Autore del testo per musicaRolli, Paolo Antonio (1687-1775)
TitoloDelle elegie VIII / Paolo Antonio Rolli
PubblicazioneLondra : per Giovanni Pickard, 1717
Descrizione fisicaP. 87-89. Filigrana: non rilevata.
Note generaliIl tit. si ricava dall'intitolazione a p. 87; il nome dell'A. si ricava dal front. dell'intera edizione. Fa parte delle Elegie. Libro terzo.
Titolo uniformeSe all’immagini strane io dessi fede.
Repertori bibliografici
Bibliografia
Fa parte diRime di Paolo Antonio Rolli (scheda n. 8278)
Trascrizione del testo poeticoVIII
Se all’immagini strane io dessi fede,
Che a dipingermi in mente il mio sospetto
Sempre o ch’io dorma, o che io sia desto, riede;
Nell’agitato mio misero petto
Fora già spento ogni vigor di vita,
Non che il mio primo sventurato affetto.
O libertà dei miei pensier tradita,
E chi mai chiude il varco al tuo ritorno
Ne i dì della mia verde età fiorita?
Raro torno d’Egeria al bel soggiorno,
E pur l’anima amante ivi non puote
Che pochi istanti trapassar del giorno.
E se io seco mi lagno; Ella alle gote
Chiama gli accesi spiriti, e con rigore
Mi tronca in mezzo le dolenti note.
Un dì mi disse pur, che il suo bel core
Dolcemente sentia tutto infiammato
Dal maggior foco che accendesse amore:
Ahi dalla sua memoria allontanato
Se è quel soave giorno, e del gran foco
Appena il caldo cenere è restato,
Ove è già nata e cresce a poco a poco
La fera voglia che l’affanno mio
A gli altri tenta, non che a se, far gioco.
Chi vive in cieca passion, non io,
Creda che a chi ben ama o fugga o manchi
Tempo a far pago il giusto altrui desio.
Vidersi mai pria della meta stanchi
Due generosi et emuli corsieri
Che sprone mai non aspettaro ai fianchi?
Tai sul corso primier nostri pensieri
Furo: sul corso, ahimé, cui per confine
Dier morte i costantissimi voleri,
Ma impresser poche uguali orme vicine;
Ché il mio corre già solo, e se io non lo freno;
Giungerà tosto al già prescritto fine.
Penso, e m’affliggo, al mio stato sereno
Di libertade, e al bel principio ancora
Della mia dolce servitù non meno:
Mi lusingò la certa speme, e allora
Nascer sì amaro girono io non credei
Dal seren puro d’una bella aurora.
Oh senza gloria neri giorni miei
Che il quinto lustro dell’età compite,
Crescendo in odio a me più che a colei,
Dal laberinto aspro d’amor fuggite,
E a signor che non libra e premi e epene,
Schivi d’usar viltà, no non servite.
Io non vuò darvi in preda ad una spene
Che v’agiti in tormento ed in fatica,
Dubbia così del desiato bene.
O placida ombra di quell’elce antica,
Che no’accogliesti spesso, o rio che bagni
Quel verde bosco e quella piaggia aprica,
Indi col fiumicello t’accompagni,
E dove i pioppi ombra e corona fanno;
Insiem con esso mormorando stagni,
Fra voi nel molle ingiovenir dell’anno
Nacque il piacer dei puri miei contenti,
Che or si è cangiato in sì penso affanno:
Voi foste al nostro favellar presenti,
E alle promesse d’una egual costanza,
Che or tutte seco an trasportate i venti:
Nacque allor la mia timida speranza,
Sì non avesse posto Egeria ingrata
Nei timorosi miei pensier baldanza:
Ché almen tacita l’alma innamorata
Se misurando con la forte impresa;
L’avria senza rossore abbandonata,
Se priva di piacer; priva d’offesa.
PaeseItalia
LinguaItaliano
LocalizzazioneA-Wn - Wien - Österreichische Nationalbibliothek
74.R.34 (22)

   Scheda a cura di Bianca Marracino