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Scheda numero 8390

Livello bibliograficoSpoglio
Tipo documentoTesto a stampa
DataData certa, 1717
Autore del testo per musicaRolli, Paolo Antonio (1687-1775)
TitoloDelle elegie I /Paolo Antonio Rolli
PubblicazioneLondra : per Giovanni Pickard, 1717
Descrizione fisicaP. 67-71. Filigrana: non rilevata.
Note generaliIl tit. si ricava dall'intitolazione a p. 67; il nome dell'A. si ricava dal front. dell'intera edizione. Fa parte delle Elegie. Libro terzo.
Titolo uniformePorgi a me stesso almen, se non altrui.
Repertori bibliografici
Bibliografia
Fa parte diRime di Paolo Antonio Rolli (scheda n. 8278)
Trascrizione del testo poeticoI
Porgi a me stesso almen, se non altrui,
Gentil diletto di soave canto
Moll’elegia coi dolci versi tui.
Spogliansi delle nevi il freddo manto
Gli alti monti, e ritorna Filomena.
Alle querele dell’antico pianto.
Godianci la tranquilla aria serena
Con le cure in obblio. La lunga vita
Sempre è nemica dei pensier di pena
La tacita foresta o la romita
Collina d’arbocelli coronata
Le stanche menti ai placidi ozi invita:
Quivi la forosetta dilicata
Nelle sue vesti semplici più bella,
Di fior campestri i capei biondi ornata,
Con la fida compagna pastorella
Guida di vaghe ninfe un lieto stuolo
Sulla sparsa di fiori erba novella.
Stansene in bando la tristezza e il duolo,
e abbandonati i liberi piaceri;
Va seco amor senza faretra e solo.
La bianca Eurilla dai begli occhi neri,
Che più d’ogni altra sa nelle carole
Scorrer leggiandra sovra i pié leggieri,
Qualor sotto dei faggi ascosa al sole
Trae bel riposo con le Ninfe amiche;
Dar fiato a un lungo e cavo bosso suole,
E sparger quindi in quelle piagge apriche
Così grata armonia; che ne rammenta
L’aurea stagione delle ghiande antiche:
Bell’età nata appena, ahi fosti spenta,
E morir teco i candidi costumi
Il fido amor la povertà contenta.
Al suon di tali avene in riva ai fiumi
E in cima all’amenissime colline
I primi inni a lor sacri udiro i numi,
E di vaghi fioretti adorne il crine
In tai canne porgean le ninfe belle
Il fiato delle labbra coralline:
Oh quante volte al molle suon di quelle,
Il curvo muso alzar dalla pastura
Stupide si vedean le pecorelle!
E uscita fuor di selva alla pianura
Tratta dal suon la timida cervetta
Veniva con la fronte alta e sicura,
Ché ancor non era dal timor costretta
Dei can veloci ad isfuggir la traccia
E il sibilar di rapida saetta:
Erano ignoti nomi e preda e caccia,
E non avean del sole i raggi ardenti
Fatt’ancor bruna ai cacciator la faccia.
Presso l’acque d’un rio dolce correnti
Che bel mirare Eurilla e a lei d’intorno
L’altre Ninfe seder liete e ridenti!
E quindi al fresco tramontar del giorno
Sull’erba verde e i fior vermigli e gialli
Che odorano e dipingono il soggiorno,
Tesser canti amorosi e vaghi balli,
E l’eco udir che rende tronco e lasso
Il canto e il suon dalle percosse valli.
Sovra muscoso rilevato sasso
Siede la bella ninfa ad impor legge
Delle vezzose danzatrici al passo:
Con la manca, sul mento il bosso regge,
E lo sostiene ugual lungi dal volto
Con la destra, e con ambe il suon corregge:
Tornito è quello e in varie foggie scolto,
E per lo dosso drittamente uniti
Ai molti fori in ordin lungo e folto:
Franca sovr’essi move or più spediti,
Ora più lenti, or tremoli e veloci,
Ed or sospende Eurilla i molli diti,
Sotto a cui sorgon le canore voci
Grate così; che a tigri et a leoni
Farian l’ira cader dai cor feroci.
Piena di vari modulati toni
Spandes’intorno la sospinta auretta,
E sparge alma allegrezza ove risuoni.
Dal colmo petto in ver le labbra affretta
La ninfa il lieve fiato, indi il ritiene
Fra l’una e l’altra guancia morbidetta,
Ed ei che con soave impeto viene
Pel bianco collo; alla vermiglia bocca
Stretta e raccolta il corso suo trattiene,
Indi con legge sottilmente scocca,
E della canna che sul mento siede,
Presto e leggier, picciol forame tocca,
Alterno agli altri fori indi succede,
E n’esce fuor vestito d’armonia
A regolar di quelle ninfe il piede.
Vieni meco a goder bella elegia:
L’umile stato mio sempre è contento,
Perché facile ottien quel che desia.
Basti che il nembo e il grandinoso vento
Solchin l’aria lontan dalle mie spiche,
E più volte empian l’aie il carro lento,
Basti sperar che l’altr’etadi amiche
Fian del mio nome, e che diletto dieno
L’armoniose mie dolci fatiche;
Nulla mi cal se poi poco sereno
Volga in me sorte il ciglio infin che a sera
Dei miei dì s’avvicini il corso pieno.
O stagion degli amanti primavera
Vientene pur ricca di fiori il manto
Dei zeffiriretti a ricondur la schiera:
E tu compagna dei miei passi intanto
Porgi a me stesso almen, se non altrui,
Gentil diletto di soave canto
Moll’elegia coi dolci versi tui
PaeseItalia
LinguaItaliano
LocalizzazioneA-Wn - Wien - Österreichische Nationalbibliothek
74.R.34 (16)

   Scheda a cura di Bianca Marracino