La Parca, cantata morale Cataldo Amodei
Identificazione
Organico
Descrizione
Filigrana
Relazioni
Descrizione analitica
Trascrizione del testo poetico
Bianco il pel, toso il crin, bieco lo sguardo,
Donna, ch’età senile
Spiega in fronte rugosa,
Con voce imperiosa,
Mentre risveglia il mio pensiero al canto,
Spruzza sugl’occhi miei bave di pianto.
All’incallito fianco,
Salda conocchia appoggia,
Il braccio non mai stanco
Torce un gran fuso e fila,
Con la scarnata man corda funesta.
Non è larva sognata, Atropo è questa.
Deh mira, o mortale,
La parca che fila
Tuo stame vitale.
Rifletti a qual uso
Ritorte le fila
Ravvolge ad un fuso.
Piangi, misero te, s’hai lumi in fronte:
Le forbici affilate Atropo ha pronte.
Sul trono d’un monarca
Siede a filar la parca,
Né teme di troncar quel fil robusto:
Fila i stami fatali
Tanto del vil plebeo, quanto d’Augusto;
E mena a tagli eguali
Zappe, penne, cimier, scettri regali.
Spensierato và, fidati và
Nel bel fiore di tua gioventù
Che ad un colpo reciso cadrà.
Spensierato và, fidati và.
Se di tua vita al rigoroso stame
Lino a filar non manca
Con mano ardita e franca,
Ad onta dell’età che brilla e ride,
La parca inesorabile il recide.
E qual’è quell’età,
O sia acerba o matura
Che da taglio sì fier vive sicura?
Ch’ogn’uomo è mortale
Egl’è più che certo
Il punto fatale
È quello che è incerto.
Di questa verità chi non si pasce?
Corre incontro alla morte ogn’un che nasce.
More il misero, il grande more,
More il debole, more il forte;
E se la vita è un fiore,
Frutto di questo fiore è alfin la morte.
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