Lamento della Regina di Svezia | Del Sig. Luigi Rossi
Identificazione
Organico
Descrizione
Filigrana
Relazioni
Note
A c. 5 iniziale ornata alla cui destra si legge: "Del Sig. Luigi Rossi".
Il titolo diplomatico, così come tramandato dalla fonte manoscritta in esame, compare come titolo di testa ed è riportato come: "Lamento della Regina di Svezia".
Tale intitolazione fa esplicito riferimento al lutto della regina Maria Eleonora per la morte del marito Gustavo II avvenuta nella battaglia di Lützen (1632).
Sotto la linea del basso è presente il testo di un travestimento spirituale dall'incipit Un allato messaggiero non riscontrato in altre fonti.
Per il nome dell'autore del testo poetico v. Rep. Bibl. e schede Clori 13543 e 6992.
Descrizione analitica
Trascrizione del testo poetico
Un ferito Cavaliero
Di polve di sudor
Di sangue asperso
L’anhelante corsiero
Lascia, né so s’a pié
Cade o s’inchina
De la Sveva Regina.
Dice: “L’Austriaco e’l Goto
Incerto Marte, e periglioso stringe:
Io trafitto
Colà qui a morir vengo
Acciò del pianto mio
Gl’estremi ufficij habbia l’ucciso Re.
Piangi del Cielo il torto
Piangi Regina
Ohimè Gustavo è morto”.
Sciolser cento Donzelle
I biondi crini
In un diluvio d’oro
Si percossero il viso
E a sì funebre avviso
Esclamò la Regina
Con dolorose strida:
“Datemi per pietade
Un che m’uccida.
O mio Signore e Re,
Chi mi t’ha tolto?
Barbara fiera spada
Ch’il suo sangue spargeresti in caldo rio?
Dhe che non spargi il mio
Dunque l’invitto Regnator dell’Orse
Sotto il ferro di morte
Il capo inchina, et io
No’l vedrò più deposto l’elmo
E’l martial rigore
Gioir del nostro amore,
E più non m’amerà;
Datemi un che m’uccida,
Ahi, per pietà.
Chi mi chiamò felice,
Incauta lingua errante,
Se mi fece infelice un solo istante?
Ahi bugiarda fortuna
Del tuo favor fallace
Scender credevo
Io ben ma non cadere
Ahi morte, ahi sorte infida
Datemi per pietade
Un che m’uccida.
Ahimè fra tante spade
Non impetro una spada
Ma che dico, che parlo?
Dunque il Re Goto
Invendicato resta
Di chi gli dié la morte
Su su mia gente forte
Suevi, Goti e Biarmi
Che dal Baltico mare
Al Reno algente
Debellaste ogni gente
Terror del mondo
E fulmini di guerra
Sommergete la terra
Fra diluvij di sangue
Arda per le man vostre
Ogni cittade ogni provincia abbrugi
Uccidete, ferite,
Non perdonate agl’empi:
Al Germano feroce,
Al crudo Ibero
All’Italico audace
Non si parli di pace.
Ma che vaneggio ohimè
Vedova afflitta
Abbandonata e sola
Fra nemici smarrita
A cui morte lasciò solo la vita.
Ucciso il mio Signor, chi pugnerà?
Datemi un che m’uccida,
Ahi per pietà.
Non mi lusinghi più l’esser Regina
No che regina non è
Chi teme esser condotta in servitù.
Dunque il sangue Real
Del Goto impero potrà
Privo di fasto patiente
Soffrire di straniero
Servaggio il gioco acerbo.
Deh perché più riserbo
Quest’alma a lo schernir
Dell’empie stelle?
Ah mie care donzelle
Mi trafigga di voi chi m’è più fida
Datemi per pietade
Un che m’uccida.
Ma se gl’ultimi accenti
D’un infelice misera che more,
Ode il cielo pietoso
Oh capitan crudele
Che de le doglie mie formi trofei
Facciano i prieghi miei
Che tu fatto superbo
Contro il proprio Signor
La spada cigna,
Poi protervo rubello
Dell’aquila Real
Fughi l’artiglio
Senza fè senza honor senza consiglio
Et t’uccida alla fine
Povero infermo, e nudo
D’un gregario guerriero il ferro crudo.
Misero ma che prò?
Per questo il mio Signor già non vivrà.
Datemi un che m’uccida,
Ahi, per pietà”.
Qui tacque e flagellata
Dal duol mosse le piante
E furiando errò
Qual forsennata mirò fortuna,
E con sorriso altero
Disse: “provi il mio sdegno
Chi le speranze sue
Pon nel’Impero, e si fida del Regno”.
Un allato messaggiero
Da pietà da stupor
Da doglia oppresso
E veloce e leggiero
Vola a colei
Con riverente inchino
Per la Donna Divina.
Dice: “dall’empio Hebreo
In duro fossile è il tuo Signor appeso
Io che fui spettatore a te ne vegno
Acciò del pianto suo
Gl’estremi ufficij habbia del cielo il Re.
Gesù trafitto a torto
Piangi Maria,
Ohimè, già Christo è morto.
Sciolse la bianca mano
I biondi crini
In un diluvio d’oro
Irrigandone il viso
A sì funebre avviso
Esclamò Maddalena
Con dolorose strida:
“Questo estremo dolore
Vo che m’uccida.
O mio Maestro e Re
Chi mi t’ha tolto?
Barbara e fiera squadra
Ch’il tuo sangue diffuse in caldo rio
Deh, ché non spargi il mio?
Dunque l’eterno Regnator del cielo
A ria forma di morte
Il corpo inchina?
E qui nol vedrò più
Per trar con lui sereni i giorni e l’hore
E con sì vivo Amore
Amarmi ei non potrà
Voci di mio dolore
Ahi per pietà.
Chi mi chiamò felice
Incauta lingua errante,
Suo mi chiamò, infelice, a un solo istante
Ahi malvagia fortuna
Del tuo favor fallace
Scender credevo
Io ben ma non cadere
Ah morte, ah sorte infida
Questo estremo dolor
Vuò che m’uccida.
Ahimè fra l’empietade
Non impetro pietade.
Ma che dico o che parlo?
Dunque il mio Christo
Invendicato resta?
Di chi gli dié la morte
Su su celeste corte
Spirti pronti e leggieri
Che de popoli ingrati
A ferro a foco
Debellaste le squadre
Terror del mondo
E fulmini di guerra
Sommergeste la terra
Fra diluvij di sangue
Arda per le man vostre
L’empia cittade e la provincia abbrugi
Uccidete accendete
Non perdonate agl’empi
Può ch’il reo non sia colui il giusto pera
E col popolo audace
Non si parli di pace.
Ma che vaneggio ohimè
Amante afflitta
Abbandonata e sola
Maddalena smarrita
A cui morte divise ohimè la vita.
Mi ha tolto il mio Signor, strana empietà.
Uccidimi oh dolor
Ahi per pietà.
Non mi lusinghi più l’esser amata no
Perché morte involò
A me il celeste amante il mio Gesù.
Dunque lo stuol fedele al suo Signore
Potrà senza vendetta
Patiente soffrire
Di spietata morte il caso acerbo.
Deh, perché più riserbo
Quest’alma a sofferir novi tormenti?
Ahimè luci dolenti
Non rimirate più la gente infida
Questo estremo dolor
Vò che m’uccida.
Ma se gl’ultimi accenti
D’una infelice misera
Che more ode il cielo pietoso
Oh capitan crudele O popolo infedele [sic]
Che delle doglie mie formi trofei
Facciano i prieghi miei
Che te fiero e superbo
Contro il tuo Redentore fatto spietato,
E protervo e rubello
Dell’infernal Arpia
Sbrani l’artiglio
Senza fé senza honor senza consiglio
Te conduca alla fine
Lacero infermo e nudo
Dell’incendio perpetuo a l’ardor crudo.
Ma misera che pro?
Per questo il mio Signor più non vivrà
Uccidimi o dolor
Ahi per pietà”.
Qui tacque e flagellata dal duol mosse le piante
Di morir vaga
Ove Gesù morio
Mira oscurato il sole
E il piè sospeso
Dice: “Meco si duole il cielo
Se vede il maggior lume offerire
Di haver luce il sole”.
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