Stradella, Alessandro. Già languiva la notte.

Pubblicato

Identificazione

ID scheda
10324
Forma musicale
cantata

Organico

Organico sintetico
1V,1str
Organico analitico
Soprano e continuo

Descrizione

Paese
Italia
Lingua
Italiano
Descrizione fisica
C. 145r-160v
Presentazione
Partitura

Filigrana

Non rilevata

Relazioni

Fa parte di

Note

Lamento di Medea per l'abbandono da parte d Giasone

Descrizione analitica

1.1: (arioso, sol minore, c)
Già languiva la notte
1.2: (recitativo, re minore, c)
Già i pargoletti amori
1.3: (recitativo-arioso, re minore, 3/2)
Dell’adorato sol i rai nascenti.
1.3: (arioso, sol minore, c)
i rai nascenti
1.5: (recitativo, Si♭ maggiore, c)
Quando Medea tradita
1.6: (arioso, sol minore, c)
Col far noti in tal guisa i suoi lamenti
1.7: (aria, sol minore, c)
Cielo, cielo, oh Dio, che tardi?
1.8: (aria, Si♭ maggiore, 6/8)
Ne’ sentieri dell’onda vorace
1.9: (recitativo, Sol maggiore, c)
Ah no, fermate, o Numi!
1.10: (arioso, fa minore, 3/2)
Viver già non poss’io s’egli sen more
1.11: (recitativo, 4/4)
Ma tu, crudel, non vedi e fors’intanto
1.12: (aria, do minore, c)
Torna, o caro, e se crudele
1.13: (recitativo, La maggiore, c)
Ma già ch’ è sordo il ciel, la terra, il mare
1.14: Prestissimo (arioso, Fa maggiore, c)
Amici, a che tardate?
1.15: (aria, Mi♭ maggiore, 3/2)
Forse in mirar
1.16: (recitativo, Do maggiore, c)
Prendetel, sì, ma, oh Dio
1.17: (aria, do minore, 6/8)
Alme che tenere

Trascrizione del testo poetico

Già languiva la notte
E i zeffiretti alati
Con aliti odorati
Scorreano a ravvivar sui campi i fiori,
Già i pargoletti amori
Sorgean dal Gange a colorir le sponde,
E già tremole l’onde
Attendeano inquiete
Goder fra molli argenti
Dell’adorato sol i rai nascenti.

Quando Medea tradita,
Al pallido splendor del dì bambino,
Scoprì del reo Giason la fuga ordita,
All’hor del suo destino
Palesando il tenore
Contr’ il suo traditore,
Che già l’onde solcava,
Invan s’accinse a provocare i venti
Col far noti in tal guisa i suoi lamenti.

Cielo, cielo, oh Dio, che tardi?
Desta omai, desta lo sdegno!
Per ferir forse l’indegno
L’arco tuo non ha più dardi?
Nume, oh tu, nume d’Averno,
S’a punir t’elesse il fato,
L’infedel, l’empio, l’ingrato,
Ché non danni a strazio eterno?

Ne’ sentieri dell’onda vorace
Dio dell’acque, sommergi l’infido
E del mar pria che giunga sul lido
Di sua vita s’estingua la face.
Fiamme ultrici tua destra tonante
Vibri pure, o gran nume del polo,
E a trafigger quel seno incostante
I tuoi fulmini affrettino il volo.

Ah no, fermate, o Numi!
Lasciate pur in vita
Lo spergiuro, l’ingrato,
L’infedel adorato,
Ché s’egli è la mia vita, egl’è il mio core:
Viver già non poss’io s’egli sen more.
Ma tu, crudel, non vedi e fors’intanto
Con lusinghiero inganno
Ti minaccia la morte il flutto infido;
Ahi! se armata a tuo danno
L’onda t’assale e ti contrasta il lido,
Pria di restare absorto
Corri al mio seno e ti ricovra in porto.

Torna, o caro, e se crudele
Niega Zeffiro i respiri,
Daran fiato alle tue vele
Più che l’aure i miei sospiri.
Torna, o caro, pria ch’io spiri.
Se orgogliosa onda incostante
Si fa sorda al tuo desio,
Darà calma al pino errante
Più dell’onda il pianto mio.
Torna, o caro, torna oh Dio!

Ma già ch’ è sordo il ciel, la terra, il mare,
L’inferno e tu più crudo
E tu più sordo sei
Alle strida, alle pene, ai pianti miei,
A che più spargo le mie voci indarno?
Se l’offesa son io, s’a me s’aspetta
Far del barbaro indegno aspra vendetta,
Con armate falangi
L’oceano varcherò
E ne’ confini dell’abisso istesso
Anco ti giungerò.

Amici, a che tardate?
Su, veloci accorrete,
Volando il mar fendete,
Uccidete, sbranate.
Già parmi, io già m’aviso
Il di lui teschio calpestar reciso;
No no, non più dimora,
Mora l’infido, mora!

Forse in mirar
Cuore sì perfido
Reso cadavere
Esangue e lacero
Dell’ira i stimoli
Potrò quietar
E di cangiar
Degl’astri torbidi
Gl’influssi rigidi
In raggi prosperi
Con simil vittima
Potrò sperar.

Prendetel, sì, ma, oh Dio,
Non l’uccidete no, ch’è l’idol mio!
Sì, sì per maggior pena
Cinto d’aspra catena
Conducetelo a me
E se veggio il superbo
Con un duolo più acerbo
Chieder humil perdon chino al mio piè,
Così l’audace avvinto
Vedrò supplice prima e poscia estinto.
Ond’io, cangiata in fiume
Delle lacrime mie sarà mio vanto
Far che venga il crudele a naufragar
Degl’occhi miei nel pianto
E alfin tradito il traditore istesso
Saprò, saprò ben io

Ardere e incenerir col foco mio.

Alme che tenere
Seguite amor,
Or che sentite
Il mio dolor,
Deh compatite
L’afflitto cor!
Figlio di Venere,
Che fai nel ciel?
Dagl’alti culmini
Scaglia il tuo tel,
Vibra i tuoi fulmini
Contro il crudel.

Collocazione

Biblioteca
I-MOe — Modena, Biblioteca Estense e Universitaria (dalla scheda superiore)
Segnatura
Mus. G. 209 /16

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Bibliografia

Tipologia

Tipo documento
Musica manoscritta
Livello scheda
Scheda inferiore

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